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Convegni. Nuove verità sulla tragedia del Moby Prince - La Commissione d’inchiesta spazza via “la nebbia”

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di CARMEN CORDA

 

Venerdì 13 aprile, nell’aula consiliare di Assemini si è tenuto un incontro dal carico emotivo a tratti insostenibile.

Il vice presidente della Commissione d’inchiesta del Senato Luciano Uras e Luchino Chessa figlio del comandante del Moby Prince e Presidente dell’Associazione 10 aprile Familiari Vittime Moby Prince – hanno raccontato gli importanti esisti dei lavori della Commissione che ha ribaltato le verità processuali.

A fare gli onori di casa è Enrico Salis – Consigliere comunale – che con grande commozione ricorda «un fatto impresso nella mia memoria di adolescente, avevo 12 anni. Non il primo tragico evento nella storia della Repubblica avvolto dal mistero».

La ricostruzione ufficiale dei fatti sembra aver sostenuto una verità di comodo o – per utilizzare l’ossimoro di Loris Rispoli fratello di una delle vittime – una falsa verità.

Il Moby Prince, traghetto della compagnia Navarma, poco dopo l’uscita dal porto di Livorno aveva speronato la Petroliera Agip Abruzzo dando origine a un incendio che interessava sia la petroliera sia il Moby Prince.

Ciò nonostante, i soccorsi si dirigono unicamente verso la petroliera perché «quella era una bomba atomica» ha più volte sostenuto l’Ammiraglio Albanese che quella notte era a capo della Capitaneria del porto di Livorno.

Tutti i membri dell’equipaggio della petroliera sono stati messi in salvo, mentre 140 persone a bordo del Moby Prince perdono la vita in questa tragedia.

E non perché i soccorsi non siano arrivati in tempo, ma perché non sono mai arrivati.

Perché?

Perché, secondo la versione ufficiale, nessuno vede il Moby Prince.

Nessuno.

E anche quando viene localizzato – a più di un’ora dalla collisione – nessuno soccorre i passeggeri e l’equipaggio.

Nessuno. Eppure il documento-verità del TGR Sardegna “Buona sera, Moby Prince”, firmato da Paolo Mastino che con un lavoro lodevole anticipa molte delle verità emerse, mostra chiaramente il mozzo Alessio Bertrand, unico sopravvissuto, che urla e si dimena indicando ai suoi soccorritori il traghetto, perché ci sono ancora tante persone a bordo e sono ancora vive.

Le due inchieste e i due successivi processi avevano sbrigativamente attribuito la responsabilità dell’incidente alla “nebbia fittissima comparsa improvvisamente”, alla velocità del traghetto e alla distrazione del comando del Moby Prince. Poi le fiamme: tutti morti in massimo 30 minuti.

Ma la nebbia quella notte non c’era e le 140 persone a bordo hanno vissuto ore e ore di agonia. Potevano essere salvate ma, ripetiamo, nessuno interviene perché «tanto erano morti, io cosa potevo fare», sostiene l’Ammiraglio Albanese.

I due armatori coinvolti prontamente si accordano e si deresponsabilizzano a vicenda. Alcune testimonianze vengono ritrattate, altre demolite in aula.

Le nuove verità si devono non solo all’encomiabile lavoro della Commissione d’inchiesta, ma anche alla perseveranza dei familiari delle vittime che non si sono mai arresi e chiedono, oggi più che mai, giustizia.

Lascia ben sperare la relazione finale presentata a Roma il 24 gennaio che, dopo due anni di intenso lavoro, chiarisce: niente nebbia quella notte.

La petroliera Agip Abruzzo si trova in zona interdetta alla navigazione, all’ancoraggio e alla pesca, e con un orientamento diverso da quello risultante dalle carte processuali.

Si ipotizza, inoltre, un’azione turbativa alla rotta del Moby Prince che lo avrebbe portato in collisione con la petroliera.

La vita a bordo – si legge nella relazione – è stata di alcune ore, non di pochi attimi.

Il drappello antincendio, coordinato dal Comandante Chessa, si attiva: l’equipaggio del Moby Prince si prodiga per mettere tutti i passeggeri in salvo, facendoli convergere in un punto di raccolta.

Allora perché?

Perché questa strage?

Luchino Chessa racconta come all’inizio si siano affidati a chi conduceva le indagini che hanno portato al processo: «ci siamo fidati. Abbiamo collaborato, poi c’è stato il cambio del Procuratore. Si capiva che qualcosa non andava. Abbiamo rischiato più volte di essere sbattuti fuori dall’aula per aver urlato la nostra rabbia contro il Presidente del Tribunale».

Ma non si sono arresi mai.

Chiunque frequenti il dubbio e sia capace di avvertire un senso, anche minimo, di giustizia, non può che unirsi alla campagna “Io sono 141” ed attendere la verità.

Mi piace concludere con le parole di Luciano Uras che evocano una verità altra rispetto a quella ufficiale: «su questa vicenda la nebbia c’è, ma non in mare».

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