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Rapporto INPS 2016, in Sardegna la ripresa non si vede

19 inps

 

di ANTONELLA SODDU

 

E’ stato presentato a Cagliari il Rapporto Inps 2016 riguardante la Sardegna.

Dai numeri emerge chiaramente lo spaccato di un'isola in forte crisi e soprattutto retta dalle pensioni.

Un sardo su tre è pensionato e non solo.

Cresce e/o riprende l’impennata del tasso di disoccupazione che, nonostante i segnali di leggera ripresa emersi dai dati Istat riguardanti il terzo trimestre 2017, tornano ad essere preoccupanti.

Secondo Piero Vargiu – Presidente del Comitato INPS Regionale – “nel corso del 2016 l’Inps ha erogato 4 miliardi 816 milioni di euro a 478.364 pensionati a fronte di 1 miliardo e 785 milioni di contributi incassati.

478 mila 364 pensioni erogate nel 2016 a fronte di 565 mila 049 occupati (-2,39% rispetto il 2015).

Pensione media 824,61 euro in aumento rispetto i 700,86 euro del 2016″.

Vargiu ha proseguito sottolineando che “sono diminuiti gli ammortizzatori sociali (noi aggiungiamo anche a seguito dell’attuazione del D.M. 1/08/2014 “Riforma ammortizzatori sociali” – ma siamo di fronte a un nuovo aumento dei disoccupati.”

La presentazione del rapporto Inps è stata anche occasione di analizzare altri preoccupanti dati, quali l’aumento delle condizioni di povertà, l’aumento (secondo i dati CARITAS) della dispersione scolastica.

L’ 80% delle famiglie – sempre secondo i dati Caritas – che avanzano richiesta di aiuto è disoccupato e poco istruito.

101 mila famiglie sarde sono in condizioni di forte difficoltà.

Il basso indice di scolarizzazione è tra le dirette conseguenze della disoccupazione.

La Sardegna, infatti, vanta un triste primato nazionale: 56% di dispersione scolastica.

Dati allarmanti che però sembrano non esser recepiti dalla RAS perché, da quel che è emerso nel corso dell’intervento dell’Assessore al lavoro Virginia Mura – che ha cercato di smorzare l’allarme, probabilmente nel tentativo di promuovere l’operato della Giunta della quale è componente 

il quadro macroeconomico consente di guardare al futuro con moderata fiducia. Lo dimostrano gli stessi dati dell’osservatorio INPS sul precariato.

Infatti – ha sottolineato la Mura – questi indicano un calo sensibile della disoccupazione femminile e un rilevante aumento dei contratti di apprendistato.

Questo anche grazie alle azioni portate avanti dalla Giunta Regionale.

Non basta, ne siamo consapevoli, per questo stiamo cercando di creare politiche del lavoro adeguate per coloro che oggi sono lontani dal mondo del lavoro”.

Un rimpallo di numeri, dati e analisi della situazione economica e sociale sarda che paiono davvero esser allarmanti e contrastanti e che abbiamo cercato di approfondire sentendo Maria Letizia Pruna – Università di Cagliari Dipartimento di Scienze Sociali e delle istituzioni.

La docente cagliaritana esperta in sistemi Welfare ha esposto la sua relazione subito dopo quella dell’Assessore Mura.

Il lavoro – ha evidenziato la Pruna – è il cardine del meccanismo distributivo su cui si regge la società. Attraverso il lavoro si distribuiscono redditi, ruoli sociali, protezione sociale e si alimentano le risorse necessarie a sostenere il sistema–paese (attraverso il gettito fiscale, contributivo, etc.).

Vi è – ha proseguito la Pruna – una cronica e strutturale carenza di lavoro, concentrata per lo più nel mezzogiorno, che costituisce un problema grave e specifico dell’Italia.

Nel 2016 il tasso di occupazione – tra i 20 e i 64 anni – in Italia era il 61,6%, dopo di noi in Europa c’erano solo Croazia e Grecia. Noi siamo una regione in cui manca molto lavoro e c’è molto lavoro da fare.

Abbiamo enormi problemi di dissesto idrogeologico da affrontare, un patrimonio di beni culturali largamente trascurato.

Tutto – sottolinea la docente dell’Università di Cagliari – a fronte del fatto che in Italia il 40% degli addetti ai musei e ai siti archeologici è costituito da volontari.

E, non dimentichiamo, sottolinea, gli allarmanti dati sulla dispersione scolastica, siamo tra i paesi meno istruiti d’ Europa, quello in cui la “terza media” è ancora il titolo di studio più diffuso tra la popolazione in età lavorativa.

Elementi che parlano di una Regione incapace di affrontare l’incalzante crisi che di anno in anno trova nell’emigrazione l’unica possibilità di vedere uno spiraglio di luce per il futuro e che ci rende sempre più una regione di vecchi pensionati.

La nostra è una regione che invecchia, che ha tassi di fecondità bassissimi, tra i più bassi al mondo. D’altra parte la speranza di vita è cresciuta conseguentemente, l’esito combinato tra questi due fenomeni è che la popolazione anziana incide sempre più sul calcolo della popolazione totale. Le recenti riforme delle pensioni hanno costretto le persone anziane che hanno lavorato per anni a continuare a lavorare per sostenere i figli disoccupati in un circolo vizioso che continua a tenere lontani dal mondo del lavoro i giovani.”

Un quadro macroeconomico che non è poi tanto “confortante” – come detto dall’esponente della Giunta Pigliaru – che contrasta con i continui aggiornamenti trimestrali sui dati dell’occupazione in Sardegna che continua a rimanere la seconda Regione, dopo la Calabria, con i tassi di disoccupazione generale più alti in Italia. Un quadro sulla disoccupazione che continua ad esser analizzato esclusivamente su base giovanile – dai 15 ai 20 anni – non considerando che la platea più ampia dei disoccupati riguarda gli adulti.

C’è una enfasi eccessiva – ha sottolineato M. Letizia Pruna – rispetto alla disoccupazione giovanile che è sicuramente un fenomeno grave e acuto ma, in effetti, riguarda un numero molto limitato di persone perché la disoccupazione non si calcola su base giovanile.

E’ necessario che sia calcolata sulla parte della popolazione attiva sul mercato del lavoro. I giovani disoccupati sono soltanto il 20% della disoccupazione totale mentre l’80% è decisamente sopra 25, 35, 45 e, oggi, purtroppo, 55 anni. Verosimilmente questi adulti disoccupati sono padri e madri dei giovani disoccupati”.

La Pruna si è soffermata anche sull'aspetto degli ammortizzatori sociali.

Tema questo che va affrontato partendo da quello che è il punto iniziale che li origina. CIG e mobilità in deroga sono stati per anni – solo in Sardegna dal 2012 al 2014 i lavoratori che ne hanno beneficiato, secondo dati INPS, erano 26700 – sono dirette conseguenze dei numerosi interventi degli sgravi fiscali, contributivi e previdenziali (per tre anni) voluti dal Governo Berlusconi.

Ne abbiamo visto i risultati in termini di aumento di disoccupazione, crescita del lavoro nero, etc.

Certamente il discorso specifico va analizzato; in Sardegna abbiamo una valanga di contributi alle imprese, sotto ogni forma: in conto capitale, in conto occupazionale, sgravi contribuitivi e previdenziali definiti dal leggi nazionali che hanno fatto cumulo con altri interventi a livello regionale. Le imprese sarde hanno beneficiato di molti aiuti in maniera sistematica dando luogo al dato di fatto secondo cui “chi è assistito è l’impresa non le persone”.

E’ stato così per molto tempo e ancora oggi è così.

Le imprese che hanno beneficiato di aiuti non sono cresciute, non si sono rafforzate e non hanno prodotto occupazione a lungo termine. Nemmeno le nuove norme introdotte – vedi Jobs Act – hanno contribuito e/o favorito assunzioni a tempi indeterminato.

Nel 2015/2016 anni in cui i contributi sono stati molto consistenti, sono cresciute le assunzioni a contratto a tutele crescenti poi, quando i contributi sono terminati, sono cessate anche le assunzioni.

In termini di violazione delle regole contrattuali, come abbiamo sentito, dal rapporto Inps emerge che i controlli effettuati, pur essendo un migliaio circa, hanno rilevato più di 800 posizioni irregolari in Sardegna in un solo anno, recuperando con un migliaio di ispezioni circa 30 milioni di euro.

Allora se c’è una diffusione cosi ampia di violazioni significa che le imprese non rispettano le regole.

Se gli si consente di non fare contratti di lavoro, di usare i voucher che sono un rapporto di lavoro senza contratto o di usare i tirocini, significa chiaramente che non si favorisce occupazione.

L’occupazione ha un quadro formale in cui è collocata, ha delle regole, dei contratti e delle tutele.

Nessuna esultanza, dunque, solo la forte necessità di una seria autocritica a livello regionale e nazionale su temi che necessitano di diverso e sostanzioso impegno non di briciole di carattere elettorale.

Come giustamente sottolineato da Maria Letizia Pruna, occorre partire riappropriandoci del concetto fondamentale che “è il lavoro il motore cardine del rilancio dell’economia”.

Sono le persone, le risorse umane, la vera forza su cui il paese deve puntare.

Altrimenti l’Italia, la Sardegna, non ripartiranno mai.

 

23-01.2018

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