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Una nuova cultura del lavoro

lavoro

 

di CARMEN CORDA

 

Il lavoro come valore sociale universale, capace di determinare sia il benessere sia la depressione sociale, è una delle grandi sfide odierne, in particolare per i paesi del Mediterraneo che registrano tassi altissimi di disoccupazione, soprattutto giovanile.

Quale ruolo svolge la classe dirigente nella gestione delle politiche per il lavoro e nel creare concretamente opportunità di impiego?

A quali esigenze rispondono le soluzioni adottate o l’assenza di esse: alle esigenze della crescita economica o alla soddisfazione dei bisogni fondamentali delle persone?

La società civile manifesta la sua insoddisfazione, il suo malcontento e la sua infelicità verso l’autorità costituita, e il malcontento lo abbiamo visto sfociare e concretizzarsi nelle rivolte e nelle rivendicazioni della dignità, come quelle che si sono verificate e sono ancora in parte ancora in atto nel mondo arabo e in Europa.

Tali rivolte sono state ingenerate dal senso di abbandono da parte dello Stato e delle istituzioni sindacali e di una classe politica sempre più incapace di trovare soluzioni alla disoccupazione, sempre più autoreferenziale e attaccata ai propri interessi di conservazione del potere.

Nell’area mediterranea, in particolare nella sponda sud, ritroviamo alcune situazioni esemplari come in Egitto, già in progressiva destabilizzazione sotto Mubarak e che anche oggi non può dirsi in grado di soddisfare i bisogni di milioni di giovani che entrano ogni anno nel suo mercato del lavoro, reso ancora più asfittico dai processi rivoluzionari e controrivoluzionari.

Quell’Egitto di cui il caso Regeni ha mostrato il lato più oscuro.

E proprio la vicenda del giovane ricercatore italiano e la rapidissima normalizzazione dei rapporti trai due Stati, dimostrano come gli interessi nazionali e gli imperativi economico-commerciali ad essi legati, siano sovraordinati al valore della vita umana e della verità.

Le politiche del lavoro devono necessariamente tener conto delle realtà demografiche esistenti, per questo motivo devono essere definite in stretta collaborazione con i partner sociali e, come primo passo, si potrebbe intervenire sulla stessa cultura del lavoro, frutto di una mentalità anacronistica che deve cambiare.

L’esperienza recente mostra come i paesi avanzati che stanno meglio cogliendo le opportunità offerte, anche dai nuovi paradigmi tecnologici, sono quelli che hanno puntato sul proprio capitale umano, riscoprendo competenza, merito e diritti.

Nel frattempo in Italia si attaccava l’articolo 18 sovvertendo un sistema valoriale frutto di anni di lotta.

Serve una cultura nuova, o anche quella vecchia di chi ha condotto grandi battaglie, quella sì, ci andava benissimo.

Serve una cultura nuova che si rifletta positivamente sul lavoro, problema che rischia di compromettere gli equilibri degli Stati, delle società e dei popoli.

Occorre riconsiderare il lavoro come mezzo per l’emancipazione individuale e la piena realizzazione della dignità della persona, perché il primo fondamento del lavoro è l’uomo stesso, e lo scopo del lavoro è e deve tornare ad essere la persona.

 

26.12.2017

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