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Forse il giornalismo non è morto, ma tanto bene non sta…

giornalisti
Da quando il potere politico e quello economico sono finiti nelle stesse mani, la pubblicità è diventata propaganda e la democrazia rischia di trasformarsi in un guscio vuoto

 

 

di GIANNI RALLO

 

Continuiamo il discorso intrapreso nell’articolo Siamo tutti emigrati… tutti d’una stessa razza, soprattutto per parlare della mutazione di certa comunicazione giornalistica via via che la sua autonomia ha dovuto fare i conti con la pubblicità e il potere.

Si tratta di una questione complessa, che non può essere liquidata con battute spicciole o con scontri di semplici opinioni che lasciano il tempo che trovano: no, occorre riflettere sulle parole (e le immagini) in gioco, sul loro significato profondo e su come, e perché, questo significato venga – o possa venire – spesso modificato, distorto, addirittura rovesciato dai cosiddetti media, i quali, per definizione, dovrebbero invece far da tramite, mediare appunto, tra la realtà dei fatti e il diritto dei cittadini ad essere informati.

Diritto, questo, sancito, oltre che dalle Costituzioni democratiche – come era, e in gran parte è ancora, la Nostra -, anche dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite che, nella Risoluzione n° 59 del 14 dicembre 1946, recita: “L’informazione è un diritto fondamentale dell’uomo e la pietra di paragone di tutte le libertà”.

Cioè, se non si è informati in modo corretto, non si è veramente liberi.

L’idea viene però da ben più lontano e permette di incrociare in un modo davvero inquietante due parole oggi molto usate e, lasciatemelo dire, abusate: informazione e pubblicità, soprattutto quando questa si trasforma in propaganda.

Sto parlando del 1700 e di uno massimi rappresentanti dell’Illuminismo, Immanuel Kant.

Nel suo saggio Per la pace perpetua del 1795, scrive a proposito del concetto di pubblicità, inteso, a quei tempi, come rendere pubblico: “Tutte le azioni relative al diritto degli altri uomini che non tollerano di essere rese pubbliche, sono ingiuste”.

Se, cioè, le azioni dei politici non possono essere conosciute e quindi controllate dai cittadini, viene meno lo stesso concetto di democrazia, basato innanzitutto sulla conoscenza (tutti devono poter sapere), sulla libera scelta (se c’è la vera conoscenza, la scelta politica è davvero libera) e, soprattutto, sul controllo: se la politica tradisce i princìpi di libertà che promette di proteggere, va cambiata.

Qualcosa di simile esprime John Locke (1632-1704), nei due Trattati sul governo civile: poiché nello Stato di diritto – quale dovrebbe essere quello democratico – il potere è limitato dai diritti dei governati e non il contrario (come avviene nelle tirannie), se il potere vìola quei diritti, sostiene Locke, i governati debbono ribellarsi.

E’ dalla metà dell’Ottocento che per pubblicità si comincia ad intendere pubblicità commerciale rivolta a quella che sarà la nuova classe in formazione dei consumatori, fino ad arrivare ai nostri giorni quando David Lubars, dirigente della Omnicom Group, si permette di dire che i consumatori “sono come gli scarafaggi: dopo un po’ il solito insetticida non basta più, li devi spruzzare con roba più forte” (Naomi Klein, No logo Baldini & Castaldi, Milano 2001, p. 32).

Insomma, mi pare che il percorso che intendo seguire cominci a lasciarsi intravedere: da una parte i fondamentali principi nati dalla Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, giustizia, Stato di diritto, l’informazione come base per la stessa libertà, etc.), la politica come luogo e strumento per la realizzazione di quei principi (conquistati e affermati, si badi, con una lunga serie di battaglie e di morti sul campo) a favore di un vasto bene pubblico piuttosto che di pochi privilegiati (com’era nell’ancien régime dove a farla da padroni erano la nobiltà e l’alto clero), in mezzo il giornalismo come strumento di conoscenza e partecipazione (cioè controllo) politica, dall’altra parte uno sviluppo industriale furioso (a partire dalla seconda metà dell’Ottocento in modo particolare), il bestiale sfruttamento delle masse, il sorgere delle ideologie socialiste, dei partiti di massa, dei sindacati, gli scioperi, le rivolte, le sanguinose repressioni; e poi, entrando nel Novecento, l’affermarsi del fordismo e della catena di montaggio e, in stretta concomitanza con loro, della pubblicità come la conosciamo noi e, figlia di questa, della società dei consumi.

Qui conviene fermarsi un momento: siamo nei paraggi di eventi che occorrerà esplorare con attenzione per comprendere il nesso di tutto quanto finora detto col rapporto fra la pubblicità (trasformata, appunto, in propaganda) e il giornalismo; giornalismo che, in tutto questo correre della storia, ha rafforzato il suo ruolo, creato una propria identità ed una propria etica, versato i suoi fondamentali contributi di sangue per l’affermarsi dei grandi principi o servito a dovere i padroni di turno.

Fatte queste necessarie premesse, entriamo nel vivo della questione sviluppando alcune riflessioni su tre aspetti del tema trattato.

Il linguaggio come descrizione/costruzione del mondo, il giornalismo da libero ad asservito, la pubblicità da réclame a padrona delle nostre menti, sono gli aspetti su cui conviene inizialmente riflettere, sia pure brevemente (e non è davvero facile).

1. La semiotica, la psicologia e la filosofia del linguaggio mettono in particolare rilievo come il linguaggio (parole, strutture grammaticali e costruzione del periodo, per non entrare in troppo specifici dettagli) possegga la speciale caratteristica di “produrre, creare” la realtà; vuol dire che la realtà esterna a noi non esisterebbe così come la pensiamo se non ci fossero il pensiero e, di conseguenza, il linguaggio a stabilire i rapporti che le cose hanno le une con le altre, i loro significati e i loro usi, gli scopi e le caratteristiche che debbono avere per soddisfare le nostre necessità o i nostri schemi mentali.

Potrà sembrare strano, ma il petrolio non esiste per essere raffinato e ficcato nei serbatoi delle nostre macchine, i cani non esistono per essere chiusi in un giardino o per esibire fiocchi e ricci, la bellezza e la bruttezza sono tali solo per noi non per la natura, e così via: il pensiero – attraverso il linguaggio che ne è l’espressione - ha il potere di costringere la realtà entro una gabbia di segni e significati che sono convenzionali, cioè concordati fra noi esseri umani; cambiano, infatti, nel tempo, da Paese a Paese, da persona a persona, da uso a uso, etc.

Queste costruzioni del linguaggio non sono generate solo dalle nostre strutture logiche - cioè noi non generiamo solo pensieri “obbligatoriamente” condivisibili (cioè scientifici) come 2+2=4 o “questa cosa è più alta di quell’altra” -, ma anche dalla nostra emozione, dai nostri gusti, dalle nostre paure e desideri: il bello, il brutto, la paura del buio, il gusto per la sfida, l’amore, l’odio etc. con i relativi termini sono del tutto fuori da ogni logica e da ogni controllo (e qui c’entrano la fantasia e anche l’arte): sono l’esperienza, il caso, le occasioni, la fatalità e la volontà e altri mille moventi a porci in determinate condizioni emotive e a farci essere quello che siamo.

Tutto ovvio, mi pare, fin qui… ma se qualcuno volesse che a noi cominci a piacere un certo taglio di capelli, una certa bevanda, un certo modo di vestire, o quello che altro volete, per farci comprare qualcosa, come potrebbe agire sul pensiero/linguaggio?

Vedremo più avanti quando e perché questa possibilità è stata effettivamente studiata e messa in condizione di funzionare; ora limitiamoci ad ammettere che l’uso sapiente di colori, suoni, immagini, frasi opportunamente costruite (gli slogan, per esempio, a cui così spesso assomigliano i titoli di certi giornali) possono, eccome!, orientare le nostre scelte e le nostre convinzioni in una direzione piuttosto che in un’altra, senza che noi ne siamo consapevoli.

La pubblicità (si pensi a quella subliminale o a quella nascosta) è maestra in questo e vedremo con quali strumenti e in direzione di quali scopi si è evoluta.

2. Il giornalismo si afferma come strumento di libero pensiero e di servizio per la comunità durante l’Illuminismo e poi durante la Rivoluzione francese.

Le idee ampiamente e profondamente diffuse in quel periodo permisero alla borghesia di conquistare il potere, spodestando la nobiltà che fino a quel momento lo aveva gestito.

All’affacciarsi dell’Ottocento, i ricchi borghesi, i politici, i potenti in generale presero a finanziare e controllare una stampa ormai utile solo a conservare il potere e a permettere al capitale di creare altro capitale senza ostacolarne le malefatte.

I giornali costavano sei centesimi e non era da tutti poterlo acquistare ogni giorno, così i giornalisti lavoravano sotto il controllo di chi il potere lo aveva ormai in tasca.

Nel 1825 nasce, a tale scopo, la prima agenzia di stampa (Havras, Parigi, a proposito della quale Balzac dirà: “Sembra che ci siano più giornali ma in realtà ce n’è uno solo che tinge di colori diversi una notizia fornita dall’agenzia”), poi ne nacquero in Germania, Inghilterra e Stati Uniti.

Da quel momento ebbe inizio una corsa tecnologica al miglioramento della stampa, della trasmissione dei dati, all’introduzione di immagini a corredo del testo (si immagini il balzo in avanti anche per la pubblicità che appariva su giornali e riviste), della produzione su larga scala di un gran numero di copie.

Agli inizi del ‘900, come detto, il boom della produzione in serie e del crollo dei prezzi (catena di montaggio) rese necessario “drogare” la richiesta del mercato con l’ausilio di una pubblicità più sottile e incisiva, oltreché con la possibilità di un pagamento rateale (era il tempo del boom dell’automobile con la Ford T, la macchina per tutti, quella delle comiche di Stanlio e Ollio, per intenderci).

L’era dei cosiddetti “nuovi media” si apre negli anni Sessanta del secolo scorso: si tratta di un giornalismo più dinamico, interconnesso, capace di giungere più vicino alla notizia e ai lettori, anch’essi chiamati a partecipare alla discussione e all’informazione, è l’era dei grandi scoop, dei giornalisti (almeno alcuni) spina nel fianco del potere. Il 1994, poi, inaugura con Internet il giornalismo digitale: l’informazione, le notizie, i commenti (blog, forum, etc.) viaggiano sulla rete e i giornali tradizionali arrancano, perdono lettori e credibilità, sono costretti a sopravvivere con le entrate pubblicitarie e con la vendita di gadget o ad entrare a far parte di grandi imperi editoriali/pubblicitari (Berlusconi e Murdoch insegnano): già dall’Ottocento pubblicità e giornalismo sono strettamente legati (nel 1836 Emile de Girardin ha l’idea, dirompente, di pagare i costi del suo giornale, La Press, con la pubblicità), ma ora è la pubblicità a condizionare l’informazione, soprattutto da quando la pubblicità/propaganda si è dimostrata capace di inculcare nella mente delle persone verità immaginarie ma utili al sistema di potere che ormai – grazie al dominio sui media, sue armi e sulle politiche degli Stati, compreso il welfare – può continuare a perpetuarsi senza timori di sommosse o impossibili rivoluzioni.

Vediamo, per chiudere, quale posto chiave abbia la propaganda nella graduale scomparsa del vero giornalismo, fagocitandolo nei suoi vari aspetti.

3. Nata inizialmente come semplice réclame (‘800, primi del ‘900), vale a dire come informazione colorata (anche in modo gradevole e addirittura artistico, a volte) circa l’esistenza di un certo prodotto, la pubblicità commerciale ha cominciato a servirsi della psicologia e dello studio della mente (non dimentichiamoci che all’inizio del ‘900 nasce la psicanalisi, poi il comportamentismo, molto usato anche per l’addestramento degli animali), fino ad arrivare, ai nostri giorni, ad utilizzare le sofisticate macchine della medicina.

Nasce il neuromarketing: grazie alla possibilità di osservare in diretta l’attività del cervello, è possibile misurare la sua reazione a certi suoni, a certe parole, a certe immagini.

Il gioco è fatto, siamo da ormai decenni circondati da stimoli costruiti con l’ausilio di queste nuove potenti conoscenze e nemmeno ci rendiamo più conto del grado di condizionamento a cui siamo sottoposti.

E non solo per quanto riguarda le scelte d’acquisto.

Domandiamoci infatti cosa accadrebbe se tutte queste capacità di condizionare le menti fossero utilizzate dalla politica… ebbene, avete ragione, è accaduto, e si chiama propaganda: la quale altro non è che l’applicazione del neuromarketing alla “vendita” di ideologie, di particolari visioni del mondo piuttosto che di prodotti (non estranei, neppure loro, a rappresentare i mondi fasulli nei quali dobbiamo credere).

Il primo esempio di applicazione su larga scala di questo meccanismo si ebbe con la Grande Guerra. Oltre al solito armamentario bellico, le Nazioni fecero ricorso alla propaganda.

Non c’è miglior soldato di colui che è persuaso di lottare contro un suo personale nemico. Nel 1916, però, ci si rese conto che i costi umani e materiali dell’”inutile strage”, come l’aveva definita Benedetto XV, rendevano necessario l’armistizio.

Vennero effettivamente intraprese azioni in questa direzione, ma l’esperienza della pubblicità commerciale aveva reso così efficace la propaganda che l’odio reciproco delle popolazioni rese impossibile arrivare ad un accordo.

La guerra dovette giungere alla sua naturale conclusione: la distruzione definitiva di ogni pace possibile e l’apertura di un secolo di guerre e totalitarismi che ben conosciamo.

Bene, chiudiamo questo faticoso percorso tirando le fila di un discorso la cui sostanza dovrebbe renderci evidente la “teatralità”, cioè la falsità costruita a tavolino, della maggior parte dell’informazione che ci viene fornita dai media: giornali e televisione soprattutto.

E’ ovvio che il controllo della comunicazione è sempre stato fra le mire principali del potere. E’ altrettanto ovvio che, oggi, la potenza e la pervasività di questa capacità di condizionamento va al di là delle possibilità di controllo delle masse.

Da tempo, inoltre, il potere economico ha i mezzi per influenzare la sfera politica e oggi abbiamo addirittura politici/imprenditori: alla faccia del conflitto d’interessi, politica ed economia tendono a confondersi (le multinazionali incarnano alla perfezione questa realtà).

Ora se, come abbiamo detto, la crisi dell’editoria obbliga i giornali – ma anche la televisione, ormai, soprattutto la televisione – a sopravvivere grazie al finanziamento pubblicitario, non ci sarà da sorprendersi se chi compra gli spazi pubblicitari può anche condizionare i contenuti giornalistici (perfino la forma: notizie stringate, sensazionalismo a partire dai titoli, accettazione passiva delle notizie fornite belle e pronte dalle agenzie, abbassamento del livello generale del linguaggio e dei contenuti per avere la massima audience, necessaria alla pubblicità, ovvio): vi ricordate quando Berlusconi propose ai suoi colleghi imprenditori di punire i media non allineati non comprando più i loro spazi pubblicitari?

Allora, stando così le cose, la funzione dell’informazione non è più quella del controllo democratico ma quello di procurare teste da dare in pasto alla pubblicità, di fare audience.

Giuliano Adreani, presidente di Publitalia, in un’intervista pubblica su Prima Comunicazione del luglio-agosto 2000, ha detto: “Voglio dire che non fa per niente male ricordare la ragione per la quale questo gruppo è nato: fare televisione per raccogliere pubblicità: è chiaro? […]

Poi lei ci può mettere intorno quello che vuole: danze, canti, starlet, tette in fuori e telequiz, personaggi, arte, musica, premi Nobel…”.

Un altro dirigente televisivo, Bob Silberger, ammette: “[..]

Benché le trasmissioni siano il nostro prodotto visibile, in realtà, le grandi reti televisive americane lavorano per produrre telespettatori” (Carlo Sartori, L’occhio universale, Rizzoli, Milano, 1981, p. 21).

La cosa peggiore è che questo potente mezzo di condizionamento di massa non si rivolge solo alla pubblicizzazione di prodotti ma anche, e soprattutto, all’imposizione di uno stile di vita, di un modello di civiltà – quella neoliberista - che non ammette alternative e che si basa su tre pilastri a cui persino la scuola sta adeguandosi, in vista della formazione dei perfetti futuri cittadini: individualismo (ognuno pensa per sé, non ci possono neppure più essere, quindi, pericolosi movimenti di massa), edonismo (la corsa affannosa e inarrestabile verso il piacere: la pubblicità esclude il dolore e la morte, che obbligano a pensare: non si deve pensare), l’iperconsumismo (conseguenza degli altri due: se devo pensare solo a me stesso e al mio massimo piacere, devo inseguire continuamente i dettami della moda, della pubblicità, dell’accettazione del gruppo, della visibilità, etc.).

Molto, molto altro vi sarebbe da dire, ma termino a malincuore tornando all’Illuminismo con una citazione da Voltaire, un altro dei suoi grandi padri: “Se riescono a farvi credere cose assurde, riusciranno anche a farvi compiere azioni atroci”.

Come promesso, allego una sinteticissima bibliografia di riferimento.

Carlo Sartori, L’occhio universale, Rizzoli, Milano, 1981 Hanna Arendt,

La menzogna in politica, Marietti, 1972 I quaderni di Limes. Anno 4, n° 1,

Media come armi, Gruppo Editoriale l’Espresso Enrica Perucchietti – Gianluca Marletta,

Governo globale, Arianna Editrice, 2013 Enrica Perucchietti,

False-Flag-Sotto falsa bandiera, Arianna Editrice, 2016 Enrica Perucchietti – Gianluca Marletta,

La fabbrica della manipolazione, Arianna Editrice, 2014 Claudio Fracassi,

Le notizie hanno le gambe corte, Rizzoli, 1996 Adriano Zanacchi,

Il libro nero della pubblicità, Iacobelli, 2010 Jacques Baud, Terrorismo: menzogne politiche e strategie fatali dell’Occidente, Rocher, 2016

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