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Precarietà e "vite di scarto"

att filo 85

 

di Giancarlo Pillitu

 

Nella foto una scena del film "La prima notte di quiete, 1972"

 

E' forte la necessità di parlare di un tema particolarmente pressante, per non dire schiacciante, o addirittura angosciante, sia sul piano individuale che su quello sociale.

Un tema decisamente globale o globalizzante, che non esclude nessuno, dato il suo carattere totalmente inclusivo.

Il tema in questione è la precarietà. La nostra è l'epoca della precarietà per eccellenza.

Sebbene, a dire il vero, la precarietà abbia sempre caratterizzato la vita umana, in qualsiasi epoca storica.

Nel passato sicuramente ancor più che nel presente, data la maggiore vulnerabilità umana rispetto al male naturale (catastrofi, epidemie, carestie) e fisico (malattie).

Il male morale, dovuto alla volontà umana, è invece più subdolo, e ha seguito un'evoluzione sempre più spiazzante: dalle guerre tradizionali del passato, alle guerre mondiali, all'olocausto e ai genocidi novecenteschi, sino agli attuali sviluppi perversi della globalizzazione, che include tutti come vittime dello sfruttamento consumistico per escludere la gran parte dalla gestione delle risorse.

Ma allora a che cosa si deve questa percezione dell'aumento esponenziale della precarietà nei nostri tempi, se la stessa ha da sempre accompagnato il cammino dell'uomo?

Forse, proprio al fatto che oggi più che mai la precarietà è stata tematizzata, sino a farne la chiave di lettura della nostra epoca. Basti pensare al concetto di "liquidità", elaborato dal sociologo polacco Zygmunt Bauman, e applicato alla modernità, al mondo, alla società, alla vita, all'amore, a partire dal momento in cui gli uomini hanno mutato il loro status, e da produttori sono divenuti consumatori.

Il nesso schiacciante e angosciante è proprio quello tra globalizzazione-consumismo-liquidità-precarietà.

La liquidità è il carattere proprio della "condizione postmoderna", definita da Jean-François Lyotard come il risultato della fine delle "grandi narrazioni", ovvero dei paradigmi metafisici (illuminismo, idealismo, marxismo). Nessuna interpretazione "solida" del mondo è quindi rimasta in piedi.

Nessuna chiave di lettura può renderci meno "precari" rivelandoci un senso delle cose e degli sviluppi del mondo: "Quella che stiamo vivendo è una stagione sconvolgente, attraversata da mutamenti rapidissimi, che lasciano in piedi le condizioni di stabilità per tratti brevissimi, lo spazio di un mattino travolto dalle trasformazioni scientifico-tecnologiche" (cfr. intervista rilasciata da Lyotard nel 1994 all'Istituto di cultura italiana).

Ma non si tratta di sole trasformazioni scientifico-tecnologiche.

Sono attualmente operanti anche trasformazioni economico-sociali, guidate dalla finanza, alle quali nessuno può sfuggire. Ma si provi a fare un passo "filosofico" indietro. Si ritorni per un momento a Platone. A due dei cinque generi sommi: il moto e la quiete.

I cinque generi sommi (essere, identico, diverso, moto e quiete), di cui il grande filosofo ateniese parla nel Sofista, definiscono l'essere, ovvero la realtà nel suo insieme.

E dal movimento, dal divenire, deriva anche la precarietà nel mondo sensibile.

Precarietà dalla quale è immune il mondo intelligibile, il mondo delle idee, l'essere vero e proprio. Moto e quiete, divenire ed essere.

Eraclito contro Parmenide.

E loro conciliazione nell'essere di Platone inteso come relazione.

Infatti, anche le immutabili idee sono in movimento, nel senso che sono in relazione tra di loro e caratterizzano, in senso antiparmenideo, la molteplicità dell'essere.

Nobilitazione del movimento, del divenire, dunque.

Ma come metterla col suo frutto più amaro del moto, ovvero la precarietà?

E soprattutto si è proprio sicuri che costituisca la conseguenza inevitabile del divenire della realtà?

Non è piuttosto l'effetto di un certo tipo di impostazione che viene conferito (imposto) al divenire delle cose, del mondo, della società?

Vengono in mente due film, presi quasi a caso. Due film trasmessi qualche giorno fa in tivù.

Il primo: "La prima notte di quiete" (1972) diretto da Valerio Zurlini; il secondo: "Divorzio all'italiana" (1961) diretto da Pietro Germi.

Perché citarli?

Il primo parla dell'aspirazione alla quiete derivante dall'insopportabile travaglio del negativo che governa l'esistenza (divenire, moto).

Tutto appare precario e vuoto di senso.

Tutto o quasi.

Si salvano, infatti, solo l'arte e l'amore.

Ma anche la loro vita risulta precaria e non salvifica.

"Divorzio all'italiana" mette in scena, al contrario, l'aspirazione al movimento.

E' l'elogio della precarietà.

Dal matrimonio al divorzio e dal divorzio ad un nuovo divorzio, come preannuncia fugacemente ma esplicitamente il finale.

E allora che fare?

Da che parte stare?

Dalla parte della quiete e della solidità (Parmenide) o dalla parte del moto e della liquidità (Eraclito)? La precarietà è un bene o un male?

Significa un'opportunità da cogliere e mettere a frutto o un azzeramento di diritti?

Si affaccia in questo modo un altro tema fondamentale connesso a quello della precarietà: il tema dei diritti.

I diritti sono degli oggetti sociali che possono essere investiti dalla precarietà e svuotati di significato. I diritti sono il frutto virtuoso dell'essere-relazione.

La precarietà è, al contrario, il frutto nefasto del divenire, che mette in questione la relazione intesa come costruzione.

A questo punto, occorre chiedersi quale sia la differenza tra moto e precarietà. Diciamo pure che il moto produce due effetti, uno positivo e l'altro negativo.

L'effetto positivo si chiama relazione, ed è costruttivo.

L'effetto negativo si chiama precarietà, ed è distruttivo.

Riguardo alla relazione, Vito Mancuso scrive: "la prima categoria dell'essere non è la sostanza ma è la relazione" (V. MANCUSO, Questa vita. Conoscerla, nutrirla, proteggerla, Garzanti, Milano 2015, p. 136).

Una concezione relazionale della realtà nel suo insieme intende "l'evoluzione non solo come il risultato di mutazioni casuali e di selezione naturale (che pure ci sono e ci saranno sempre) ma prima ancora come risultato della logica di aggregazione sistemica e della cooperazione che ne scaturisce" (Ibidem, p. 135).

La precarietà, invece, sembra essere il frutto di quella stessa selezione naturale che, se applicata alla società, produce le "vite di scarto" di cui parla Bauman.

La globalizzazione è pertanto il processo planetario nel quale la selezione naturale viene promossa cinicamente da un consumismo sempre più sfrenato che ha vinto sul lavoro e sulla produzione come fonti dei diritti.

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