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Roberto Corrias, arpeggi sulle scale d’America

DI TONINO USCIDDA
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Sin da giovane Roberto Corrias ha dimostrato delle spiccate doti musicali intraprendendo all’età di diciassette anni lo studio della chitarra classica coronato con il diploma al Conservatorio di Cagliari nei primi anni 80.

Intere giornate ad ascoltare e riprodurre i pezzi dei maestri italiani e spagnoli ma anche a comporre i suoi, scrivendo direttamente sul pentagramma oppure componendo direttamente sullo strumento.

Sorprendente il percorso musicale del chitarrista - compositore negli ultimi decenni: flamenco, la musica spagnola che più lo ha influenzato e formato, ma anche continui richiami alle tradizioni musicali popolari sarde.

E poi il jazz, altro grande amore di Corrias. Una crescita costante la sua - viaggi di studio, novità e stimoli nuovi - unita a una attività concertistica in Italia e all’estero sempre atta a comunicare (l'innata simpatia e la comunicatività sono tra i grandi pregi del decimese) e donare qualcosa di se al pubblico. Per ultimo, il grande balzo oltre oceano con moglie e figlia.

Come va negli Stati Uniti?

Risiede da oltre undici anni in California, terra di musicisti.

«In questo località mi sono trovato bene da subito – esordisce il chitarrista – riuscendo, per mia fortuna, ad inserirmi anche in un certo contesto internazionale.

Abito non molto lontano da San Francisco, città dove operano un numero incredibile di musicisti più o meno bravi e molti nomi prestigiosi dello star business conosciuti a livello mondiale.

Comunque – racconta - per quanto mi riguarda devo dire che solo in questo luogo lontano sono riuscito a trovare normalità nella mia vita professionale e affettiva.

In Sardegna, ma anche nel resto d’Italia, credo sia ancora molto difficile trovare adeguati spazi di crescita e di lavoro.

In California praticamente faccio il chitarrista.

Svolgo una costante attività concertistica nell’area della baia di San Francisco e in special modo a Sacramento, città vicina a quella in cui risiedo con la mia famiglia.

Opero – prosegue - presso due studi musicali dove impartisco principalmente lezioni Workshop (corsi musicali per studenti e appassionati di varia nazionalità che si svolgono in grandi negozi di musica); sono anche testimonial ufficiale del marchio “Kremona”, nota compagnia europea che costruisce chitarre e corde e per la quale svolgo anche attività promozionale ‘Royal Classic’ in alcuni Stati americani».

I primi giorni in California non sono stati facili.

«Beh, diciamo che l’inizio è stato un po traumatico, però mi sono imposto di provare da subito ad essere, pur con moglie e una bambina piccola, sufficientemente guerriero.

Effettivamente – ricorda - l’esordio in terra americana è stato duro; ho lavorato alquanto e per alcuni anni mi svegliavo alle quattro e mezzo del mattino, andando a letto solitamente all’una di notte.

Dovevo poi studiare chitarra e andare a fare i corsi di inglese all’università, alle sette del mattino».

Quanto contano gli italiani in campo musicale?

«I musicisti figli di italo-americani che sono cresciti li o che sono arrivati come me in tempi successivi hanno dato e danno un contributo di altissimo livello e qualità alla musica di questo Paese» risponde il chitarrista.

«Non bisogna dimenticare – ricostruisce - che i primi dischi jazz vennero prodotti a New Orleans con la partecipazione di un italiano, di un afroamericano e di un francese.

Tra i chitarristi ci sono tanti italo-americani e italiani che arricchiscono il già fertile panorama musicale americano.

Joe Pess, uno dei più grandi innovatori della tecnica chitarristica jazz, è di origine italiana».

Ha mai incontrato altri musicisti sardi?

«I musicisti che conosco e che suonano la chitarra provengono perlopiù dal sud Italia.

Negli Stati Uniti ho scoperto una cosa curiosa: in talune cartine geografiche, presenti anche nei ristoranti, non compare la Sardegna; qualche volta manca anche la Sicilia…

Ultimamente, tra i non pochi italiani presenti a quelle latitudini, ho incontrato anche un giovane sardo, ospite per un progetto lavorativo nella vicina città universitaria di Davis; quando ci siamo presentati mi ha detto che era originario di Boruneddu uno dei paesi più piccoli dell’Isola, nei pressi di Ottana, con i suoi 150, o poco più, abitanti.

Il ragazzo è un tecnico informatico e nel suo settore la California offre ampie possibilità di lavoro».

“La calle del Pintau” è il suo primo vero lavoro discografico: dieci performance musicali sostenute da sei validi strumentisti.

«Si, è il mio primo lavoro di livello in un mare di composizioni scritte in tanti anni di impegno.

Purtroppo mi è difficile trovare il tempo per registrare tanti altri pezzi interessanti che ho nel cassetto…».

Dieci brani per chitarra acustica a conferma della continua evoluzione esecutiva - sonora che ha raggiunto la sua musica; ma anche ricerca di motivazioni e intensità espressiva su ogni singola nota suonata.

«Si possono definire anche ‘canzoni musicali’» osserva il chitarrista.

«In questo lavoro vi è un pezzo corale, “Bulerìa del Rano” ,che ha voluto fare Jose Blanco» (sopranominato ‘El Grillu’).

«Jose è un mio grande amico percussionista nonché ottimo cantante di flamenco, salsa e quant’altro; l’ennesimo ‘navigatore della vita’ che ha lasciato la Spagna, sua terra di origine, all’età di venticinque anni.

In nessuna composizione compare il canto.

Penso – è il ragionamento del musicista - che la musica sia un mondo gigantesco dove non tutto possa essere, quasi sempre, vincolato a un ‘senso unico’ comprendente la voce di uno o più cantanti.

Questo lavoro vuole semplicemente rappresentare il percorso della mia vita: un disco prettamente strumentale quasi a voler nobilitare questo aspetto.

Ho provato a combinare stili che producono, spero anche in chi ascolta, ‘buone vibrazioni’.

Il titolo dell’album da dove prende spunto?

«E’ un miscuglio di idee come la mia musica. La ‘Calle’ – spiega – in spagnolo significa la strada mentre ‘Pintau’ è un mio personaggio immaginario che vive, appunto, in un suo mondo immaginario, fantastico e colorato.

Colori che noi respiriamo e che ci colorano la vita in positivo o negativo…»

Il cromatismo rappresentato nel disegno di copertina.

«Si, il suo pensiero va nella direzione giusta; anche la copertina è una opera semplice della mia fantasia: un qualcosa che vuole rappresentare dei visi, degli sguardi e delle chitarre».

Una composizione grafica astratta e “misteriosa” (ricorda curiosamente la tecnica del grande pittore surrealista catalano Joan Mirò) e allo stesso tempo semplice ed evocativa al pari dei generosi giri melodici arpeggiati alla chitarra dal virtuoso musicista decimese.

“Solanas”, “Baxei in Bonora” e “Trinittu”: tre leitmotiv che rimandano alle atmosfere solari sarde. Tocchi di corde corposi e dolci allo stesso tempo incisi al Covadonga Studio di Sacramento in California.

«Seppure il Cd non rappresenti nessuna bandiera in un certo qual modo lo considerò sardo» confessa Roberto Corrias. «E’ vero, quei tre brani sono proprio sardi ma – chiosa Roberto - sardi a modo mio…

‘Baxei in Bonora’ è per me una composizione molto significativa, ritmicamente delicata e beneaugurante, che composi più di venti anni fa».

Per il resto?

«Considero “La Calle del Pintau” una tappa di un impegnativo, lungo, percorso musicale: il frutto – spiega - di esperienze di vita, di sensazioni e, mi si permetta, di una certa spiritualità al di fuori da qualsiasi credo religioso».

Progetti musicali per il futuro?

«Punto – conclude Corrias - a nuovi prossimi lavori che prevedano anche l’inserimento di una voce afro americana. Ho già diverse idee che mi portano verso un percorso jazzistico anche se, sostanzialmente, credo che manterrò ancora viva l’attuale linea melodica compositiva».

22/02/2012

1 Commenti

  • Ciao amico mio!!

    Riccardo Carta 27 Mar 2013 - 08:28

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