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Pentirsi di essere madri

copertina libro

 

di CARMEN CORDA

 

"Ci hanno promesso che essere madri sarebbe stata la miglior scelta della vita o l'unico modo per sentirci davvero "donne complete", ma la realtà è ben diversa".

Nato per essere un articolo scientifico che analizza un inesplorato ambito della genitorialità e destinato per lo più a studiosi, questo volume dal titolo forte quanto accattivante è divenuto un best seller e ha fatto il giro del mondo.

Il libro firmato dalla giovane sociologa israeliana Orna Donath «è il risultato di uno studio sociologico compiuto tra il 2008 e il 2013, in cui l’autrice è entrata in contatto con 23 donne ebree israeliane d’età compresa tra i 26 e i 73 anni, madri e a volte nonne, disposte a dichiarare di essersi pentite di essere madri».

L’uscita del libro ha suscitato, nei vari paesi, diverse critiche e non poche polemiche a proposito delle quali l’autrice tiene a chiarire: «non sono contro la maternità, non sono contro le madri e soprattutto non sono contro i bambini».

Il suo intento era evidenziare un aspetto della vita delle donne di cui si parla forse poco essendo la maternità prima presentata (e raccomandata) poi raccontata come un’esperienza meravigliosa che “completa” una donna.

Dire che la maternità completa una donna equivale a dire, per semplice logica, che una donna che non ha figli è incompleta, ergo, presto o tardi si pentirà di non aver messo al mondo dei figli.

Ma le cose non vanno sempre così: «C’è un io precedente che non viene cancellato dall’essere madre. E si può sentire la mancanza di quell’io fino ad arrivare ad odiare ciò che si è diventate».

Per quanto si possano muovere delle critiche al libro, o meglio allo studio su cui si fonda, soprattutto per la debolezza del campione (23 donne) gli si deve riconoscere di trattare un tema tabù.

Non sono poche, infatti, le donne che hanno verso la maternità sentimenti contraddittori; nello specifico le donne intervistate dichiarano che, tornando indietro, non sceglierebbero di nuovo di essere madri, sottolineando che esserlo non solo non comporta nessun vantaggio ma che gli aspetti positivi non compensano quelli negativi, con particolare riferimento alle rinunce.

Tutto questo non mette in discussione l’amore verso i figli: li amano sì, ma tornando indietro farebbero una scelta diversa.

Punto.

Nelle numerose interviste rilasciate dall’autrice emergono almeno due aspetti molto interessati.

Il primo è il riferimento al “mito della maternità” come funzionale alla società patriarcale mettendo in luce il significato socio-politico della questione; il secondo riguarda invece l’opportunità di considerare la maternità come ogni altro tipo di relazione umana.

La società patriarcale ha bisogno di promuovere la maternità come esperienza unica ed essenziale nella vita delle donne e lo fa ricorrendo ad un uso politico delle emozioni.

Mettere in luce certi sentimenti potrebbe significare per la società un ripensamento degli ordini sociali che portano grande beneficio alle nazioni, all’economia, alle logiche capitalistiche e agli interessi ‘maschili’.

Una donna libera di non essere madre – e che respinge quindi il ruolo che le viene assegnato – rappresenta un “pericolo” per una società fortemente dipendente da quel ruolo, ossia dalla capacità/volontà delle donne di fare “il loro lavoro”.

Diventare madri – spiega inoltre l’autrice – significa prima di tutto iniziare una relazione a due con una persona che non sappiamo chi sia.

È come un salto nel vuoto: «La maternità è una relazione bilaterale tra due individui e, in quanto tale, è probabile che tuo figlio o tua figlia non ti piaccia o che ti ricordi cose di te che proprio non vuoi ricordare.

In altre relazioni bilaterali ci succede di provare emozioni contrastanti: amiamo, odiamo, abbiamo paura, adoriamo.

E allora perché queste emozioni non dovrebbe provarle anche una madre verso i propri figli?

Non è logico che il pentimento – che è un’emozione umana – stia fuori dallo spettro delle emozioni che può o non può provare una donna, madre di qualcuno.

E non è che io stia sperando che esista. Sto solo cercando di dire che, se è vero che esiste, è arrivato finalmente il momento di raccontarlo».

Bisognerebbe mettere in discussione – e il dibattito è già piuttosto vivo – l’assioma sociale in base al quale la maternità è una cosa “naturale” e che è naturale per le donne voler essere madri per il semplice fatto di essere capaci di esserlo, ossia in quanto femmine.

 

24.12.2017

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