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Contro l’estinzione della critica

26 att filos

 

di GIANCARLO PILLITU

 

Nella Foto, Tonino Casula, Doppia piramide trasposta su plexiglas (1987)

 

Leggo la divertente dichiarazione dell’artista sardo Tonino Casula, in risposta alla domanda “Perché ritiene che i critici d’arte siano insopportabili?”:

“Perché, come ho già detto, dopo una visita di 5 minuti nel mio studio, pretendono di spiegare a me cosa sto facendo, mentre la sto facendo e non ho ancora finito di farla. Se ne trovi uno in giro, sicuramente rivelerà anche a te quanto crede di aver capito di ciò che gli artisti fanno, mentre essi stessi non l’hanno ancora capito. Meno male che sono una razza in via di estinzione.” (“Intervista a Tonino Casula [di Roberta Vanali]”, 7 aprile 2014, www.sardegna soprattutto.com).

Si tratta di un punto di vista interessante, perché ci consente di riflettere, per l'appunto, sul rapporto tra arte e critica, ovvero tra fare e interpretare, tenendo presente che interpretazione significa riflessione, contemplazione, filosofia.

Ma l’artista che si mostra infastidito dall’esercizio dell’interpretazione critica sulla sua opera, si comporta come se la realtà, qualora potesse esprimersi e comunicare in un linguaggio a noi comprensibile, si lamentasse del modo in cui gli artisti si intestardiscono da sempre a rappresentarla, nelle maniere più diverse, mediante il loro sacro lavoro.

Critici e artisti operano su piani ben distinti. Così come realtà ed arte.

Ognuno fa il suo mestiere. Tutt’al più trae ispirazione dall’altro.

Si tratta addirittura di tre dimensioni ontologiche diverse, come aveva ben inteso Platone, sebbene con un'ottica gerarchizzante, che svalutava il piano strettamente artistico.

Che cosa fa l’artista che opera nella realtà?

Crea degli oggetti sensibili (anche di natura digitale) che costituiscono un piano interpretativo rispetto alla realtà. “Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”, sentenzia significativamente Nietzsche.

Infatti, l’oggetto (realtà) si distingue dal percetto (immagine, arte). L’artista, dunque, crea delle immagini, dei percetti, ovvero delle interpretazioni degli oggetti reali.

Che cosa fa, invece, il critico, questo inutile parassita?

Crea degli oggetti ideali, che istituiscono un ulteriore piano di interpretazione, semplicemente ispirato dagli oggetti sensibili (materiali o digitali) prodotti dall’artista, ma senza alcuna velleità riduzionistica, che pretenderebbe di svelare una volta per tutte la verità dell’opera d’arte, tanto da renderla inutile e totalmente sostituibile dall’interpretazione critica.

I vari piani ontologico-interpretativi (realtà, arte, critica, critica della critica, in una proliferazione indefinita) costituiscono un arricchimento incessante della realtà.

Ciascuno di essi è al tempo stesso significante (se considerato autonomamente) e significato (se considerato in relazione al grado interpretativo che lo precede).

Soltanto un punto di vista “realista” (pensiero = realtà) potrebbe spezzare questa proliferazione ermeneutica, ritenendo attingibile la dimensione puramente fattuale.

Il problema è tornato d’attualità e vede contrapposti i teorici del “nuovo realismo” e i cosiddetti “postmoderni”.

Gli uni sostengono l’esistenza dei fatti, gli altri l’esistenza delle sole interpretazioni.

Tra i “nuovi realisti”, sulla scena filosofica italiana, abbiamo Maurizio Ferraris, Franca D’Agostini, lo stesso Umberto Eco, recentemente scomparso.

Tra i “postmoderni”, in prima linea abbiamo Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti.

Ma, al di là della disputa accademica, ciò che ci appare interessante è che l’assunzione di un punto di vista ontologico-ermeneutico consente di superare l’infondata polemica tra artisti e critici.

Essi sono infatti impegnati in due operazioni diverse: la creazione di oggetti sensibili (immagini) da parte dei primi, di oggetti ideali (concetti) da parte dei secondi.

L’esistenza o meno dei fatti, nell’economia del nostro discorso, è infatti del tutto secondaria.

Ciò che solo importa è la semplice (si fa per dire) esistenza delle interpretazioni, alla quale concorrono sia l’arte che la critica, sia la sensibilità che il pensiero, sempre tenendo presente che anche la sensibilità è pensiero, così come la percezione è già interpretazione, come da tempo ci ha insegnato la psicologia della Gestalt.

L'autonomia ontologico-ermeneutica della critica (filosofia) ne impedisce fortunatamente la prematura estinzione.

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