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DI TTIP SI MUORE: SE LO CONOSCI, LO EVITI

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Non sapere nulla di quanto sta accadendo dietro e sopra le nostre spalle a proposito della definitiva distruzione di ogni possibile democrazia è non solo pericoloso ma imperdonabile. L’abitudine, che sembra dura a morire, di pensare solo ai fatti nostri, ci impedisce di capire che questi sono, in modo speciale, ”fatti nostri”. Rispondere col solito “E noi che possiamo fare?” significa mettere una firma capestro.

 

di GIANNI RALLO

 

Che ne direste se, ad un certo punto, le multinazionali, le grandi banche cominciassero ad imporre il proprio tornaconto per legge?

Se, cioè, anziché farlo sottobanco, corrompendo, comprando politici e amministratori – come fanno e hanno sempre fatto, d’altronde – riuscissero a far sì che siano gli Stati stessi ad emanare leggi a protezione del business e dei loro personali interessi di grandi squali della finanza?

Se questo accadesse, che fine farebbero la democrazia, i diritti, le conquiste sociali per cui si è tanto lottato negli ultimi cinquant’anni e che ora ci sembrano “dovuti”? E la scuola pubblica, la sanità pubblica, le pensioni erogate dallo Stato (ma già accantonate dai lavoratori, ricordiamocelo), l’assistenza a vario titolo, la gestione pubblica dell’acqua, i trasporti, la sicurezza alimentare e sul lavoro, la tutela dell’ambiente, etc.: che fine farebbero?

Va detto che il settore pubblico è, in tutto il mondo, il più grande generatore di reddito (75% negli USA) e di posti di lavoro (8 su 10, sempre negli USA): credete che quegli squali si asterrebbero dal mettere le mani su una tale mole di possibili profitti?

Ebbene, tutto ciò sta accadendo sotto i nostri occhi resi ciechi dall’assoluta segretezza.

Subito dopo la caduta del Muro di Berlino (novembre 1989), gli USA hanno potuto cominciare ad imporre, senza più ostacoli di sorta, il proprio modello di vita e di pensiero al resto del mondo, è la cosiddetta globalizzazione o mondializzazione (ma i due termini non sono sinonimi, si badi bene).

Da allora hanno cominciato a fioccare e a nascere istituzioni e accordi che avevano il compito di estendere la religione del mercato e il profitto a tutto il mondo.

Già nel 1995 il GATT – l’Accordo generale sulle tariffe e il commercio nato nel 1947 per superare il rigido bilateralismo USA-URSS in campo commerciale – viene sostituito dal WTO (Organizzazione mondiale del commercio) che, venuto a mancare l’antagonista principale al dominio USA, può deliberare ed imporre le politiche di mercato e tariffarie necessarie alla trionfante religione del mercato e dei profitti ad ogni costo (che chiameremo da ora in poi col suo nome: liberismo).

Tale organizzazione dispone anche di un proprio apparato sanzionatorio che può erogare multe e penalità anche permanenti agli Stati che non rispettino gli impegni sottoscritti.

Tali Stati hanno, però, ancora voce in capitolo, un potere di vaglio in questi “processi”.

Ecco perché, poco dopo (tra il 1995 e il 1997), si sviluppano trattative segrete tra 29 Stati dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) per dar vita ad un Accordo Multilaterale sugli Investimenti (MAI): questo accordo avrebbe tolto agli Stati anche la residua sovranità rimasta loro per quanto riguarda le scelte economiche.

Il giornale Le monde diplomatique rivelò in extremis il contenuto di questo accordo facendolo saltare. Ed eccoci al motivo di questo scritto: quel trattato rispunta fuori, nel 2013, sotto altro nome e con obiettivi ancora più ambiziosi: l’idea stessa di Stato deve scomparire.

Si tratta del TTIP, il partenariato transatlantico tra UE e Usa. Nei programmi USA, tale partenariato avrebbe dovuto essere operativo entro il 2015, prima della fine del secondo mandato di Obama, ma l’imprevista pubblicizzazione di alcune parti segretissime del Trattato ad opera di Wikileaks (“fuga di notizie”, in italiano) ha messo in crisi il processo: milioni di persone in Europa (molte meno in Italia, dove di tutto ciò si sa poco o nulla) stanno protestando contro questo accordo che segnerebbe la definitiva sottomissione della politica vera e del concetto stesso di diritto ai grandi interessi di pochissimi magnati.

Questa premessa era necessaria per capire che il TTIP non è un fungo spuntato all’improvviso ma un progetto chiaramente identificato da lungo tempo: nel 1999 David Rockefeller ebbe a dire a Newsweek: “Qualcosa deve sostituire i governi, e il potere privato mi sembra l’entità adeguata per farlo”.

Detto, fatto. Vediamo ora di pianificare il discorso per renderlo più chiaro e fruibile.

Perdonerete la densità delle informazioni, ma semplicità non è necessariamente sinonimo di superficialità, specialmente quando è in gioco la vita e il futuro di tutti noi.

Vorrà dire che qualcuno proseguirà da sé la ricerca e l’approfondimento. Mi pare necessario suddividere il discorso in almeno quattro parti:

- TTIP/TPP/CETA;

- TISA; Isds;

- Le tensioni Cina/Usa, all’interno delle quali tutto ciò si colloca.

 

1. Il TTIP è il Partenariato transatlantico per gli scambi e gli investimenti tra Unione europea e Stati Uniti.

Documento già redatto nel 2013 ma mantenuto segreto per almeno un anno.

Tutti le riunioni e le decisioni assunte nel frattempo sono state mantenute segrete, niente sindacati, niente giornalisti.

I Parlamenti nazionali non hanno avuto alcuna informazione, i parlamentari europei possono, solo da poco, conoscere piccole parti del Trattato ma non possono divulgarle.

Le popolazioni avrebbero potuto conoscere i contenuti del Trattato solo in occasione delle sua approvazione, con pochissimo tempo per capire e decifrare le migliaia di pagine e codicilli di cui è composto.

Il TPP è un documento simile che riguarda un medesimo accordo tra gli Usa e una dozzina (ma il numero è variabile) di Paesi che si affacciano sul Pacifico. Il CETA (Accordo economico e commerciale onnicomprensivo) è un accordo commerciale tra UE e Canada con le medesime caratteristiche del TTIP, il cui documento di massima è già stato firmato nel 2013 dal presidente della Commissione europea Barroso e dal Canada ma che deve ancora essere votato da tutti gli Stati europei facenti parte della UE.

Compito fondamentale di queste nuove entità sovranazionali è quello di eliminare tutte le barriere tariffarie e non tariffarie al fine di favorire gli interessi del libero mercato nel procurarsi profitti ovunque ce ne sia la possibilità.

L’abbassamento delle barriere tariffarie eliminerà, perciò, i dazi e tutti gli altri meccanismi che proteggono le economie più deboli dall’invasione di prodotti a più basso costo (e qualità) costringendole a procurarsi il mancato guadagno diventando a loro volta esportatrici: il prezzo sarà il supersfruttamento dei lavoratori, la minore disponibilità di merci interne (che dovranno, invece, essere esportate), la sottrazione di risorse (terreni, materie prime, etc.) da destinare all’esportazione.

Una fabbrica internazionale di miseria, insomma.

Il discorso si fa ancora più grave quando si comincia a parlare di barriere non tariffarie: per “barriera non tariffarie” si intende tutto ciò che ostacola la circolazione di una merce perché ritenuta pericolosa o non a norma.

Ad esempio gli OGM, i polli Usa lavati al cloro, le sostanze tossiche contenuti in vari prodotti o oggetti, le imitazioni di prodotti tipici, etc. L’Europa si è dotata, a questo proposito, di un principio di precauzione per cui, prima della vendita, un prodotto dev’essere scientificamente testato come non nocivo.

Negli Usa un prodotto viene definito nocivo solo quando dimostra di esserlo sulla pelle di qualcuno. Barriere non tariffarie sono anche quelle che proteggono la sicurezza sul lavoro, che garantiscono un adeguato salario; sono quelle che proteggono l’ambiente da contaminazioni, impoverimenti, estinzioni, danni irreversibili; sono quelle che proteggono i prodotti tipici (l’Italia è il Paese che ha più prodotti tipici al mondo, ad es.), etc.

Ancora una volta, negli Usa tutte queste protezioni non esistono ed è perciò ovvio pensare (ma sta anche scritto nel Trattato) che l’UE dovrà abbassare le sue protezioni per abbassare i costi: il modello di vita (o di morte) americana si imporrà sulle zona UE per legge.

Questo modello di vita dà più importanza al profitto che alla vita, all’ambiente, alla giustizia, alla dignità. Perfino nel GATT e nel WTO sono previste clausole che proteggono la vita umana e la natura in generale: nel TTIP queste clausole sono state omesse.

2. TISA (Trade in services agreement, parte del TTIP) è un accordo di scambio sui servizi.

In altre parole, l’obiettivo non sono le merci ma i servizi: tutti i servizi fondamentali, per ora pubblici, debbono essere privatizzati: sanità e salute pubblica, istruzione, acqua, trasporti, ambiente, proprietà intellettuale, libertà di informazione (Internet, informazione), la segretezza delle informazioni finanziarie, brevetti, fonti fossili di energia (petrolio, gas, carbone), etc.

All’interno di questo accordo è contenuta una clausola che impone di rivelarne i contenuti solo cinque anni dopo la firma.

Per la lobby americana Coalition of Services Industries “gli Stati e i governi sono un intralcio al business. Dobbiamo supportare la capacità delle imprese di competere nel modo giusto e secondo fattori basati sul mercato, non sui governi” (non sui princìpi del diritto, cioè, ma su quelli del profitto).

La segretezza pare derivare dal timore che la conoscenza delle nefandezze che il liberalismo selvaggio intende compiere possa scatenare la rivolta delle masse, come accadde nel 2001 in occasione del Doha Round e nel 2008 al G8 di Genova.

Lavorare in segreto e per piccoli passi è ormai una prassi consolidata quando si devono prendere decisioni che riportano il mondo ad una sorta di medioevo “moderno”.

Così è nata anche questa Europa, completamente asservita al piano USA di dominio del mondo attraverso l’imposizione delle sue regole commerciali e giuridiche.

L’onda di privatizzazioni selvagge che sta per arrivare lascerà agli Stati solo quattro settori: le linee aeree, la magistratura, l’ordine pubblico e l’esercito.

Cioè il controllo del territorio e la repressione: agli Stati non resterà che applicare quanto i Trattati impongono e poi reprimere le reazioni di coloro che dovranno subirle: i cittadini o, meglio, i consumatori acefali, poiché non ci sarà più alcuna cittadinanza.

3. Nel malaugurato caso in cui uno degli Stati che ha sottoscritto l’accordo volesse sottrarsi all’applicazione di una qualsivoglia imposizione del Trattato, cioè si metterà nella posizione di privare una qualche multinazionale del suo profitto, previsto o solo ipotizzato, incorrerà immediatamente nella denuncia da parte della multinazionale stessa ad un tribunale speciale, istituito proprio per la tutela del profitto.

Questo organo giudiziario extrastatale ed extragiuridico si chiama Isds (Investor to State Dispute Settlement, anch’esso parte del TTIP), meccanismo di risoluzione delle controversie tra Stati e investitori.

E’ formato da (pochi) avvocati d’affari, per lo più consulenti delle multinazionali stesse, e si baserà solo sulle “leggi” della Banca Mondiale - la quale, tra l’altro, non ha nessun potere di emettere leggi con valore di diritto internazionale.

Il tribunale deciderà chiedendosi solo e unicamente se lo Stato in questione abbia o meno interferito con i profitti della multinazionale denunziante.

Nel 70% dei casi ha, finora, dato ragione alle multinazionali.

Ora, sapendo che negli Usa ci sono 3.300 aziende europee con 24.000 filali e in Europa ci sono ben 14.400 aziende americane con 50,800 filiali, possiamo ben immaginare con quale animo gli Stati potranno legiferare in difesa della salute o degli interessi dei cittadini.

Già oggi alcuni Stato hanno dovuto versare 400 milioni di dollari alle multinazionali.

Alcuni esempi?

La Philip Morris ha citato in giudizio Australia e Uruguay per aver fatto inserire scritte di pericolo per la salute sui pacchetti di sigarette.

La Occidental Petroleum ha denunciato l’Ecuador per averle impedito di inquinare la foresta tropicale: 1,77 miliardi dollari il costo del risarcimento da parte dell’Ecuador.

Insomma, la giustizia è privatizzata anch’essa, gli Stati non possono più nemmeno tentare una difesa perché intaccare i profitti per mezzo di leggi e divieti è un reato internazionale.

Dopo le grandi idee delle rivoluzioni borghesi e proletarie, siamo al punto che i diritti dei popoli saranno subordinati al commercio, all’economia e alla finanza in mano, manco a dirlo, a quel 0,001 per cento dell’umanità che ne domina tutto il resto.

Quanto a noi, quando Renzi – o qualche quotidiano prezzolato - ci viene a dire che in fondo il Trattato non è tutto negativo perché ne avremo importanti vantaggi, ricordiamoci di quello che abbiamo appena detto (e molto altro ci sarebbe se lo spazio non fosse il tiranno che è) e ricordiamo anche che il Parlamento sta lavorando ad una risoluzione per aggirare il referendum che ha imposto il ritorno dell’acqua alla gestione pubblica, in modo da poterla affidare – alla faccia del popolo che ha votato NO - a privati: 4 aziende sono già state individuate. Ma a chi vogliono prendere in giro?

4. E cerchiamo ora di capire perché tutto ciò stia avvenendo dando un’occhiata, sia pure rapida e superficiale, al quadro internazionale.

Se si considera che la zona commerciale Usa-UE che si sta tentando di formare rappresenta, con i suoi 800 milioni di consumatori, quasi la metà del prodotto lordo e un terzo del commercio mondiale, e se si tiene conto che, aggiungendo l’accordo coi Paesi del Pacifico (TPP) e quello UE-Canada (CETA), la zona di fatto controllata dagli USA arriva al 90% del commercio mondiale, non è difficile capire che il vero obiettivo di questa manovra è bloccare l’inarrestabile ascesa della Cina (e dei suoi alleati, Russia, India, Brasile, Sudafrica) come potente contraltare della leadership americana nel mondo (dal 2000 al 2008 la Cina ha aumentato del 400% il volume dei suoi scambi commerciali).

Tra una decina d’anni, lo yuan potrebbe sostituire il dollaro come moneta di scambio internazionale; la Cina scambia già in yuan con la Russia e in oro con l’Iran.

Non dovrebbe sorprendere, quindi, l’attacco alla Russia attraverso la crisi Ucraina (a bella posta provocata) e l’ostilità affatto risolta verso l’Iran, a cui gli Usa continuano ad imporre sanzioni.

Impedendole di commerciare con buona parte del mondo, se non alle loro regole, gli USA intendono indebolire l’economia cinese per poterla destabilizzare e controllare su vari scacchieri.

Un piano bellico è già evidentemente pronto: il MUOS in Sicilia, la questione Ucraina (che, se entrasse nella UE, permetterebbe agli USA di piazzare missili direttamente sotto al naso dei russi), le basi militari aperte in Bulgaria e Romania oltre agli scudi antimissile installati in Polonia.

C’è poi da considerare che la Turchia, facente parte della Nato, ha permesso, in violazione alla Convenzione di Montreaux del 1936, l’ingresso nel Mar Nero di una grande nave da guerra americana, mentre altre navi da guerra stazionano nel porto di Atene.

C’è forse bisogno di aggiungere che la scusa di “pacificare” l’Ucraina darebbe agli USA, attraverso la NATO, la possibilità di mettere le mani anche sul Mar Caspio, ricchissimo di gas e petrolio, per capire che la posta in gioco è altissima e che il pericolo di una nuova spaccatura del mondo in due poli – da una parte Usa, UE (al suo servizio), dall’altra i Brics (Cina, Russia, Brasile, India, Sudafrica) – consentirà agli USA di giocare al loro gioco preferito, quello di una tensione continua, di un riarmo perenne, di emergenze democratiche a cui rispondere con guerre, ricatti e terrorismi vari?

E poi: come risponderanno i Brics a questa sfida palese?

Il tutto, non dimentichiamolo, in un contesto di degrado ambientale irrecuperabile che ci lascia ben poco tempo per ritrovare la ragione e il buon senso.

Ma questa è un’altra storia.

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