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La nuova riforma darà davvero una Buona Scuola?

5 buona scuola

 

di SANDRO BANDU

 

Il mio editoriale di questo numero dedicato alla riforma della Scuola, la tanto discussa “Buona Scuola”, aprirà il nostro macro-argomento che poi sarà sviluppato dagli articoli, che troverete nelle pagine più avanti, dei nostri redattori che sono anche insegnanti della scuola pubblica, quindi degli addetti ai lavori, e che inevitabilmente faranno le pulci a questa riforma.

La nostra Giuliana Mallei ci illustrerà, nella pagina successiva e a grandi linee, la riforma “Buona Scuola” voluta dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal Ministro alla Pubblica Istruzione Stefania Giannini, evidenziando tutte le carenze e i danni che potrebbe procurare a tutto il sistema scolastico già provato, negli ultimi anni, dai continui assalti e dagli infiniti tagli finanziari.

Questa riforma, secondo gli esperti, darà il definitivo colpo di grazia alla scuola italiana: non basta più togliere i finanziamenti ma, siccome si è visto che comunque gli insegnanti continuano con abnegazione, mille difficoltà e senso civico a fare il proprio mestiere, occorre bloccarli anche dal punto di vista didattico.

Un primo aspetto importante è quello della regolarizzazione degli insegnanti precari, un'anomalia tutta italiana, che va avanti da decenni: l'Italia è la nazione europea con il numero più alto di precari e i cui insegnanti hanno l'età media più alta.

Ora anche l'Europa impone di regolarizzare i quasi 150.000 precari.

L'Italia si adeguerà per non incorrere in sanzioni, ma imporrà ai precari delle condizioni tali da obbligarli a desistere e a lasciare il lavoro per il quale hanno dedicato tanti anni di studio e decenni di insegnamento da precari.

I più giovani, quelli con più entusiasmo e forse quelli meno appesantiti da una complicata situazione famigliare, forse partiranno, ma quelli più avanti con l'età, con figli adolescenti o genitori anziani cosa faranno?

Mi chiedo: come può un insegnante precario di oltre sessant'anni, demotivato e molto spesso depresso (dalla recente indagine di un noto giornale italiano è emerso che la categoria degli insegnanti è quella più colpita dalla depressione), dare il massimo e guidare un ragazzo verso la vita lavorativa che lo attende dopo il suo percorso scolastico?

Pensate che molti insegnanti arriveranno alla pensione dopo decenni di precariato; qualcuno c'è già arrivato, dopo aver inseguito per una vita l'agognato posto in ruolo.

Con la nuova riforma si chiederà a molti di loro di lasciare la propria terra e i propri cari per andare a insegnare dall'altra parte dell'Italia; è noto a tutti, infatti, che la stragrande maggioranza degli insegnanti precari risiede nel sud d'Italia.

Considerando il costo degli affitti, il tenore di vita, notoriamente più alto al nord, e il salario degli insegnanti (circa 1400 euro al mese, tra i più bassi d'Europa, mentre nel nord Europa lo stipendio è quasi triplicato), il morale e l'entusiasmo di trasferirsi non è sicuramente il massimo. Ma la nuova riforma prevede anche altre novità abbastanza controverse.

Un altro dei punti cardine della nuova riforma, infatti, è il ruolo del massimo dirigente scolastico; si inventa quindi la figura del preside-sceriffo che può scegliersi gli insegnanti, che può sospenderli e può addirittura licenziarli, se questi non saranno accondiscendenti e non rispetteranno le direttive imposte dall'alto.

Ormai i continui tagli impongono agli insegnanti di occuparsi anche di incombenze che nulle hanno a che fare con l'insegnamento: in nome del risparmio è stato ridotto all'osso l'organico dei collaboratori scolastici, prima si chiamavano bidelli, e pertanto gli insegnanti debbono seguire gli studenti anche in altre mille questioni.

Debbono tenere a bada classi numerosissime, dove la disciplina e, talvolta, l'educazione sono diventate un optional, e provvedere, quasi, ad accompagnare in bagno i singoli studenti, perché fuori dalle classi potrebbero combinare chissà che cosa e di cui potrebbero risponderne anche penalmente. Siamo, in poche parole, in una sorta di dittatura.

Ogni preside può decidere che cosa i docenti dovranno insegnare ai ragazzi, magari cercando di manipolare anche i programmi ministeriali.

E tutto ciò è una manna per i nostri governanti perché nel futuro, ma già oggi ne abbiamo dei primi riscontri, avremo delle generazioni manipolabili, con una formazione culturale limitata e senza nessun senso critico.

Tutto l'opposto del pensiero gramsciano, di cui parla il nostro impareggiabile Gianni Rallo nel suo articolo a pagina 8, secondo cui la scuola veramente democratica dovrebbe sfornare i futuri dirigenti della nostra società, dovrebbe insegnare loro a usare il proprio cervello autonomamente e a sviluppare un proprio senso critico che li aiutasse a valutare ed analizzare la nostra società.

Invece la scuola oggi viene declassata e svilita, viene smembrata, viene appositamente dispersa in mille rivoli in modo che i ragazzi vengano convogliati scientificamente nei vari settori organizzati dai nostri dirigenti politici.

Io invito tutti voi a leggere l'articolo di Gianni Rallo che ci sta invitando a riprendere e a rivalutare Gramsci, un intellettuale sardo, studiato e invidiatoci da tutto il mondo, il cui pensiero politico è veramente trasversale e mira semplicemente a elevare la condizione sociale e intellettuale di tutti i cittadini, nessuno escluso.

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