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INTERVISTA ALL'INFERMIERE STEFANO MARONGIU, GUARITO DAL VIRUS EBOLA: “Non avrei mai sopportato l'idea che mia madre non potesse darmi un ultimo bacio”.

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di Sandro Bandu

 

Sul recente caso dell'infermiere sardo Stefano Marongiu, che ha contratto il virus dell'Ebola in Sierra Leone durante la missione con Emergency da lui effettuata dal 14 febbraio al 7 maggio scorso, si è detto e scritto tanto sui mass media italiani e molto spesso in maniera inesatta, talvolta, e questo è molto grave, insinuando comportamenti, da parte dell'infermiere, non proprio in linea con i dettami del protocollo internazionale.

Niente di più sbagliato.

Anche perché l'ignoranza fa sempre brutti scherzi.

Se qualcuno si fosse documentato prima di scrivere certe cose, avrebbe scoperto che questa malattia è contagiosa solo dal momento in cui il malato presenta febbre.

Conosco Stefano Marongiu perché sono un suo collega e lavoro con lui da anni, e posso assicurarvi che è una persona splendida ed è un professionista serio e scrupoloso, come pochi, nel suo lavoro.

Nella lunga intervista che mi ha rilasciato toccheremo tutti i punti della sua missione in Sierra Leone e del suo ritorno in Italia. Stefano è il primo caso in assoluto di un europeo che ha manifestato la malattia qui in Europa.

Gli altri casi, già trattati negli anni scorsi (ricordiamo in primis il medico italiano Fabrizio Pulvirenti), sono giunti nel nostro continente con i sintomi della malattia già in corso.

Stefano Marongiu è nato a Sassari 37 anni fa e, subito dopo aver conseguito il diploma universitario di infermiere nella sua città, si è trasferito, nel 2003, a Milano dove ha lavorato negli ospedali San Raffaele e Niguarda nel reparto di Neurorianimazione.

Nel 2007 si trasferisce a Cagliari e prende servizio, fino al 2011, nel reparto di Rianimazione dell'ospedale Brotzu.

Dal 2011 lavora presso il servizio 118 nella medicalizzata Mike 49, di stanza a Sarroch.

Stefano, quando sei partito per la missione di Emergency in Sierra Leone?

“Sono partito il 14 febbraio scorso alla volta di Free Town, dove vi è l'Ebola Treatment Center, aperto nel 2014, un centro dove possono essere ricoverati fino a 100 pazienti, con 24 posti letto di terapia intensiva con standard occidentali. Emergency è però lì in Sierra Leone dal 2001, dove ha realizzato il Centro Chirurgico e Pediatrico di Goderich”.

Questo centro è a pagamento?

“Assolutamente no, è totalmente gratuito ed è uno dei pochi centri, dove venivano garantite prestazioni chirurgiche, rimasto aperto durante l'epidemia del virus Ebola. C'è da dire che, grazie al sistema di precauzioni adottate al Triage del Pronto Soccorso, non vi è mai stato un caso di contagio tra i pazienti e gli operatori che vi hanno lavorato. Per capire quanto sia stato efficace basta pensare che in un altro ospedale di Free Town, proprio in questi giorni, vi è stato un allarme serio e ben 31 operatori, 3 medici e 28 infermieri, sono stati messi in quarantena dopo aver fatto partorire una gravida risultata positiva al virus dell'Ebola”.

Perché hai scelto Emergency?

“Perché questa organizzazione è l'unica capace di portare nelle località più sperdute e disagiate del nostro pianeta una sanità con professionisti di rango e con macchinari e standard di primo livello come qui da noi in occidente. Ho fatto domanda a Emergency nel 2009 e, grazie al mio percorso professionale, sono stato inserito nella lista degli idonei”.

Che mansioni avevi all'interno dell'Ebola Treatment Center?

“Dopo un training formativo effettuato in loco da Emergency, sul corretto utilizzo delle attrezzature e dispositivi di protezione, ho intrapreso il mio lavoro nella ICU (Intensive Care Unit), struttura specifica per pazienti critici malati di Ebola. Il mio compito era quello di lavorare come infermiere di Terapia Intensiva e sostenere la formazione del personale infermieristico locale anche per l'uso delle strumentazioni tecnologiche”.

Che rapporti avevi con i pazienti?

“Purtroppo i nostri rapporti erano molto difficoltosi a causa della lingua. Tra il personale internazionale parlavamo esclusivamente in inglese, ma in Sierra Leone si parla la lingua Krio e avevano il continuo bisogno di qualcuno che ci facesse da interprete. Il personale nazionale aveva anche questa funzione”.

Quanti pazienti hai assistito durante la tua missione?

“Circa 35 pazienti positivi al virus dell'Ebola in condizioni cliniche estremamente critiche”.

Hai avuto l'onore di lavorare con il dottor Gino Strada?

“Sì, ho lavorato con lui e ne ho potuto constatare la grandezza dal punto di vista umano e professionale. Ma tutto lo staff era di un livello estremamente elevato”.

Okay, parliamo ora del tuo rientro in Italia e dei tuoi primi malesseri.

“Sono rientrato in Sardegna l'8 maggio e naturalmente ho soggiornato i primi giorni presso la mia famiglia a Sassari. I primi malesseri li ho avuto il 10 maggio, ma il rialzo febbrile si manifestato solo l'11 maggio”.

Cosa hai pensato?

“Lì per lì ho pensato alla malaria ma, anche in assenza di febbre, ho subito applicato il protocollo d'isolamento internazionale che prevede l'isolamento totale da terze persone e l'uso esclusivo degli ambienti, compreso il bagno”.

Poi?

“Sono stato ricoverato presso il reparto Malattie Infettive dell'Azienda Universitaria di Sassari che è dotata di una camera di alto isolamento. Il giorno dopo è stato il momento più drammatico: guardandomi allo specchio ho notato le emorragie congiuntivali nei miei occhi. Ne avevo visto tante laggiù in Sierra Leone, e pertanto il ragionevole dubbio che si trattasse di Ebola si è tramutato in realtà: era lo stesso sguardo di molti pazienti che avevo assistito nell'Ebola Treatment Center di Free Town”.

Il tuo primo pensiero?

“Sinceramente non lo so; in quei momenti ti passano tante cose per la testa. Nella mia testa è partito il film della mia missione in Sierra Leone. Cercavo di capire dove potevo aver sbagliato, ma non ho trovato una risposta in quei momenti drammatici e ancora oggi non me lo spiego. Ma ormai la mia battaglia era partita. Il mio nemico da combattere aveva un nome: EBOLA! A questo punto si mette subito in moto la procedura per il mio trasferimento verso l'ospedale, specializzato in Malattie Infettive, “Spallanzani” di Roma. Da Pratica di Mare, in provincia di Roma, parte l'equipe dell'Aeronautica Militare e io trovo posto nell'angusta barella d'isolamento e sicurezza”.

Durante il viaggio...

“I miei primi pensieri andavano ai miei cari. A mia madre e alle mie due sorelle. Non sopportavo l'idea che, nel caso più estremo, mia madre non potesse darmi un ultimo bacio, neanche da morto. Purtroppo il severo protocollo per i deceduti da virus dell'Ebola prevede l'immediata cremazione del defunto”.

Arrivato allo Spallanzani?

“Ho trovato ad aspettarmi tante persone: medici, infermieri e personale di laboratorio, molti dei quali avevano lavorato con me in Sierra Leone con Emergency. La mia degenza è durata ben 28 giorni, sempre in isolamento e all'interno di una stanza di 25 metri quadri con bagno dedicato. La mia famiglia, durante i 28 giorni di degenza allo “Spallanzani”, sono stati i magnifici medici e colleghi dello Spallanzani e, naturalmente, Emergency che non mi ha mai lasciato solo, ai quali va il mio grazie per tutto quello che hanno fatto per me. All'interno della stanza potevano entrare solo in 3 o 4, medici e infermieri, che provvedevano a tutto, anche alle pulizie dei locali”.

Come passavi il tempo?

“Guardavo la TV e avevo dei contatti telefonici solo con i miei familiari e con i dirigenti di Emergency”.

Quando hai saputo di essere fuori pericolo?

“L'ho capito dopo il quindicesimo giorno dal mio ricovero. Vedevo che recuperavo le forze, sentivo che stavo meglio. Ho pensato che si ricominciava, anche se dovevo stare in isolamento ancora qualche settimana”.

Eri a conoscenza del fatto che tutta l'Italia trepidava per te e seguiva con attenzione il tuo caso?Sapevi di essere diventato famoso anche se non si conosceva pubblicamente il tuo nome?

“L'ho scoperto dopo e debbo dirti che tutta questa popolarità mi ha messo a disagio. Tu sai bene che io sono molto riservato e quando sono stato dimesso ho sudato le fatidiche sette camicie per presentarmi in sala stampa. Ma non potevo non andarci: ho vinto l'emozione perchè dovevo ringraziare tutte quelle persone che si sono prodigate per me, per la mia salvezza; a partire da Emergency, al personale delle Malattie Infettive dell'Azienda Universitaria di Sassari, all'equipe dell'Aeronautica Militare, al personale tutto dello Spallanzani, all'assessore regionale dottor Arru e all'assessorato della Salute della Regione Sardegna, al Ministro della Salute Lorenzin e a tutte quelle figure che si sono spese per il mio caso. Senza dimenticare la Comunità Scientifica internazionale: pensa che al mio arrivo all'ospedale Spallanzani di Roma erano già presenti i farmaci provenienti dalla Cina, dalla Spagna, dall'Inghilterra e dal Giappone. Effettivamente si è messa in moto una macchina che con assoluta tempestività mi ha consentito di beneficiare di un cocktail di farmaci d'avanguardia”.

Stefano, ultima domanda. Se Emergency chiama per una nuova missione?

“Io sono pronto. Non dimentichiamoci che grazie a Emergency, e ad altre ONG, il virus dell'Ebola, e non solo, si è potuto arginare. Ebola stava diventando un problema di livello mondiale, ed è giusto che chi può, con amore e competenza professionale, debba poter dare il proprio contributo”.

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