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Vivere autenticamente grazie ad Hegel ed Epicuro

26 attualità filosofica - vivere autenticamente grazie ad hegel ed epicuro
• di GIANCARLO PILLITTU

 

Attualità della dialettica hegeliana, che può spiegare anche le fasi dello svolgimento di una storia d’amore nei nostri tristi giorni. Tesi, antitesi e sintesi. Ma attualità anche dell’etica ellenistica (in particolare, di quella epicurea), soprattutto in questi tempi, segnati dalla disaffezione rispetto alla politica, alla falsa politica. Tempi in cui la vera politica - la politica “prima”, di cui ama parlare la filosofa italiana Luisa Muraro (1940) - può declinarsi anche come ripiegamento dell’individuo su se stesso, alla ricerca di un orizzonte di senso. Proprio come durante l’età ellenistica, tre secoli prima della nascita di Cristo. L’individuo che apparentemente si “disimpegna”, tuttavia, agisce concretamente in un contesto che coincide con la sua vita quotidiana, un contesto a misura della sua azione diretta. L’etica della partecipazione diretta, dunque, ha come teatro la società civile, e non può essere considerata estranea alla stessa politica, sebbene da essa la separi l’assenza della logica del potere. Tale etica dimostra come nella vita il disimpegno sia pressoché impossibile. L’impegno, infatti, si basa sul sapere che c’è spazio e tempo nella società in cui si vive per intraprendere un percorso personale. L’impegno è il nostro rapporto col mondo.

La formula con la quale Luisa Muraro sintetizza il senso della politica “prima” è “più relazioni e meno organizzazione, più mediazione vivente e meno regole, norme, codici, ordini d’ufficio…”. E per fare un esempio concreto di cosa significhi politica “prima”, la filosofa della “differenza sessuale” precisa: “La politica prima è stata fatta per secoli e secoli da donne invisibili perché non facevano la politica del potere. Tenere pulita una casa e cucinare del cibo decente, anche quando i soldi sono pochi: questa è politica prima, perché rende possibile la relazione civile. La politica di quelli che ci rappresentano noi la chiamiamo politica seconda” (cfr. Luisa Muraro, Il Dio delle donne, sul sito www.pensierinpiazza.it).

Inedito o inconsueto, invece, può essere l’innesto dell’etica epicurea nella dialettica hegeliana.

Ad attualizzare tali idee filosofiche è un film, “Tutti i santi giorni” (2012) di Paolo Virzì, andato in onda su Raitre, in prima visione tivù e in prima serata, giovedì 4 dicembre 2014. Il film racconta, per l’appunto, una storia d’amore, quella tra Giulio (Luca Marinelli) e Antonia (Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony).

Giulio è un ragazzo buono e di grande cultura. Una cultura classica che, coltivata sin da bambino, gli ha consentito di maturare un atteggiamento equilibrato nei confronti della vita, improntato all’atarassia, cioè ad un’imperturbabilità che può scaturire soltanto da una notevole ricchezza interiore. Pur essendo un brillante latinista, che avrebbe la possibilità di intraprendere con successo la carriera universitaria, sembra seguire il precetto epicureo del “vivi nascosto”. Ciò gli consente di portare avanti le sue passioni. L’amore per la lettura e per Antonia, infatti, riempiono a sufficienza la sua vita, tanto da fargli trovare apprezzabile anche l’impiego di portiere notturno in un albergo.

Antonia, invece, ha un temperamento irrequieto, coltiva velleità artistiche e si sente frustrata come impiegata in un autonoleggio. Non bastano l’amore e l’equilibrio di Giulio per rasserenarla. Occorre un obiettivo, un progetto nel quale riconoscersi. Matura così l’idea di concepire un figlio col suo compagno. Ma tale progetto di vita si trasforma col passare del tempo in un’ossessione. Un’ossessione che si consolida drammaticamente ad ogni tentativo fallito. Sino a questo punto, siamo nell’ambito della tesi: l’armonia della coppia, sebbene incrinata progressivamente dalla crescente tensione.

L’antitesi si produce, invece, quando Antonia decide di rompere con Giulio. Il fallimento del progetto di avere un figlio sembra ferire a morte soprattutto la ragazza. Ciò si spiega col fatto che l’obiettivo in questione è fondamentalmente la risposta ad un suo bisogno di autorealizzazione, sebbene Giulio lo condivida e si attivi con impegno per il suo conseguimento. Abbandonato da Antonia, Giulio è disperato. Ma non si rassegna alla perdita della sua donna, e alla fine la ritrova. Lei si è lasciata andare ad un processo di regressione. E’ ritornata alla vita inconcludente e solo apparentemente spensierata di un tempo. 

A questo punto, si è giunti alla sintesi: lui la riconduce presso di sé, con la consueta dolcezza e comprensione. Lei lo segue, ma questa volta con l’acquisita convinzione che la vita che Giulio le propone sia quella giusta, perché autentica e abitata dal senso: l’amore, la conoscenza, lo sguardo rivolto alle cose essenziali e significative dell’esistenza, senza forzature né velleità.

Dialettica hegeliana ed etica epicurea, si è detto, abitano le vicende narrate in questo film. Ma la storia di Antonia e Giulio ci offre anche l’occasione per riflettere sul senso di una politica autonoma, incentrata sull’autodeterminazione, che si stacca dalla politica eteronoma, o “seconda” (Luisa Muraro), che ci governa dall’esterno. Una storia che si interroga e ci interroga sul senso di un’etica della responsabilità (Max Weber) che non intende tradursi in esercizio del potere. Perseguire la felicità per se stessi e per le persone amate, ossia per quel microcosmo che ci vede come centro di responsabilità, è un gesto politico primario. Altro che disimpegno! In tale gesto l’amore sostituisce il potere. Ma la politica non è assente, in quanto l’amore si esplica in azione finalizzata a irradiare benessere e felicità (cura) nell’ambito di una cellula di pólis: la coppia, la famiglia, il vicinato, l’ambiente di lavoro. Antonia si ricongiunge a Giulio, e così facendo si riappropria della sua responsabilità nei confronti di quella parte di realtà di cui è il baricentro. E’ questo atto che ci rende primariamente animali politici. Animali che non possono vivere felicemente se non associati ai propri simili, come insegna il celeberrimo mito di Prometeo. Tale mito ci ricorda che la virtù politica è propria di tutti gli esseri umani. Senza virtù politica, infatti, saremmo condannati alla dispersione e alla morte. 

 

(Vulcano n° 82)

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