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Recensione del libro “S’IO FOSSI IL SOLE” di Antonino Tore

33 recensione del libro s’io fossi il sole di antonino tore
• a cura di SERGIO PONTI

 

Antonino Tore, fratello di mia madre Ester, nacque il 22 febbraio 1896 a Tonara.

Nel 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia, fu arruolato e inviato in prima linea in Carnia, sede di un importante avamposto italiano al confine austriaco.

 La compagnia tra il 1915 ed il 1917 si spostava nei territori lungo il bacino dell’Isonzo, divenuto famoso per le battaglie che ivi si svolsero.

Antonino Tore racconta nel suo diario la precarietà della vita in zona di guerra, le varie peripezie vissute in prima persona al fronte, sempre a stretto contatto con la morte, una presenza quasi tangibile annunciata spesso da un lugubre sibilo prima dello schianto e dalla conseguente pioggia delle micidiali schegge delle granate. Morte che poteva giungere anche dai terribili “srapnels” o dai proiettili dei fucili austriaci durante la notte, quando un riflettore nemico, squarciando improvvisamente il buio, esponeva i malcapitati soldati di guardia al fuoco nemico.

“...un sibilo terribile ci fece gelare il sangue nelle vene. Ebbi appena il tempo di gettarmi a terra che a circa uno o due metri da me, brillò il lampo di una granata...”

Il diario ricopre, con sequenza cronologica, il periodo compreso tra il 22 luglio 1916 e l’alba della tragica disfatta di Caporetto. L’autore annotava sul posto, a fine giornata o nei momenti di pausa, in un quadernetto, gli avvenimenti più rilevanti e le sue impressioni personali.

Racconta come i soldati trovassero rifugio dalle intemperie o nelle case in rovina abbandonate dagli abitanti ma infestate da topi e da parassiti o nelle trincee scavate con il loro duro lavoro o   in tende da campo “inutile riparo contro le schegge”.

Ritengo che l’interesse di questo libro sia dovuto non tanto alle descrizioni delle mansioni di routine a cui i soldati erano adibiti (scavare trincee, scaricare casse di proiettili o preparare piazzuole per i pezzi di artiglieria ecc.) ma molto più ai commenti, alle impressioni e alle considerazioni personali di mio zio che dimostra di possedere un acuto senso critico e una discreta capacità nel descrivere situazioni e luoghi. A tratti il lettore si trova coinvolto e portato a immedesimarsi sia nelle situazioni estremamente tragiche quando sotto il fuoco delle artiglierie nemiche la vita appare appesa ad un filo, sia in quelle situazioni più “normali” in cui viene sottolineato il lato umoristico accompagnato da una punta di amaro. Sempre affiora tra le righe il suo giudizio sulla guerra descritta come un mostro infernale che a volte ha le sembianze di un fiume, l’Isonzo, che “si imbeve di molto sangue amico e nemico”.

“...La guerra! Chi mai può cancellare l’infinita idea di barbarie che si prova nel pronunziare questa parola?”

“...il ventesimo secolo che si sarebbe dovuto chiamare “il secolo civile” mentre ai posteri si tramanderà la sua fama di “secolo della barbarie...”

Nonostante la sua giovane età, l’autore aspirava ad ampliare le sue conoscenze e la sua cultura; infatti nel suo diario esprime il suo desiderio di continuare gli studi e racconta come, nei momenti di pausa, per passatempo studiasse a memoria i canti della Divina Commedia, suo unico al fronte.

Dalle pagine del suo diario traspare un animo nobile e gentile, un poeta che odiava la guerra e i “Signori della Guerra”, che si muoveva a compassione alla vista dei feriti e dei morti, fossero essi italiani o austriaci. In mezzo all’orrore, di fronte ad un tramonto, rimaneva estasiato e non mancava di contemplare e descrivere i colori ed il panorama fino all’orizzonte, con gli occhi di un artista e con precise indicazioni e appropriati termini geografici.

“...da qui posso scorgere il piccolo e rosso San Marco e più in là si delinea la gran catena delle Alpi Giulie, che si perdono lontano in direzione di Trieste, meta degli italici sospiri, e pare congiungersi con l’aspra e scoscesa catena del Carso...”.

Fra le sue riflessioni sulle miserie della guerra e sulla follia che si era impossessata degli uomini esclamò: “S’io fossi il Sole, rifiuterei di beneficare con i miei raggi vitali la dimora degli uomini, non intenti ad altro che a seminare morte e distruzione!” Da questa frase ho tratto il titolo di questo libro, perché mi pare esprimere il suo pensiero e la sua condanna senza appello della guerra, di qualsiasi guerra.

 

(Vulcano n° 82)

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