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Emergenza educativa

20.12 - primo piano . emergenza educativa
• di MONICA ATZEI

 

Da diverso tempo, ormai, si parla di emergenza educativa. Ma perché? Cos’è che ci induce a usare questo termine? Qualcuno di voi potrebbe rispondere: un elenco di cose, situazioni, eventi! Negli ultimi decenni si è scritto molto sull’adolescenza nella nuova società, società dipendente dai mass-media, dai social network e da una sorta di “lassismo” generale. Con i nuovi strumenti il mondo sembra “girare più in fretta”. Il fatto di stare per ore davanti ad un pc o alla tv su quali processi educativi agisce? L’educazione è stata “abbandonata” perché in balìa di tutto ciò? Non è semplice rispondere.

 Parlare degli adolescenti è di moda, e, la nostra società ha sui propri giovani uno sguardo ambiguo: non si parla di loro che in termini di rischio o minaccia. Anche se, la famiglia resta il punto di ancoraggio, il luogo-risorsa per eccellenza e l’amicizia continua ad essere il valore più apprezzato. Ma sempre più adolescenti sono sofferenti, perché? Forse perchè non sono in grado di affrontare un mondo che si evolve troppo rapidamente rispetto alle loro capacità di adattamento? Cerchiamo di rispondere a queste domande: la realtà è complessa, si può anche dire che gli adolescenti in linea di massima stiano bene, meglio di quanto lo siano stati in passato, in quanto l’evoluzione della nostra società offre alla stragrande maggioranza, possibilità di sviluppo e di scelta mai eguagliate prima d’ora. Ma allora perché tanto allarmismo?  

La parola Educazione è una delle parole fondamentali della nostra vita. E’ un termine etimologicamente derivante dal verbo latino educere (cioè trarre fuori; tirar fuori o tirar fuori ciò che sta dentro), derivante dall’unione di e (da, fuori da) e ducere (condurre).  Partendo da questo presupposto, i ragazzi cercano interlocutori validi e credibili, nella famiglia, nella scuola, nella società. Ma gli adulti sono sempre disponibili all’ascolto, a dare tempo, spazio, occasioni di crescita?

Se si desidera che gli adolescenti divengano adulti, cioè persone responsabili e indipendenti, bisogna stare loro accanto per costruire insieme percorsi di vita significativi. Questa possibilità di solidarietà e dialogo tra generazioni richiede da un lato che gli adulti siano credibili e non siano, né appaiano addirittura più confusi e sconcertati dei ragazzi, dall’altro che i rapporti affettivi e di fiducia tra gli adolescenti e i loro educatori siano reali e validi. Ma a chi spetta questo compito così impegnativo? Ai genitori in primis, che devono condurre i propri figli, aiutandoli ad essere responsabili, rispettosi e uomini del domani; agli insegnanti, che non devono limitare il loro compito alla semplice erudizione, ma che devono aiutare i ragazzi attraverso la conoscenza delle varie materie, alla comprensione dei meccanismi di crescita verso l’età adulta. A tutti coloro che concorrono in questo “passaggio” e che stanno con i giovani nel tempo libero, durante lo sport, devono anch’essi essere testimoni di coerenza e responsabilità con i loro stessi comportamenti.

Ai giovani, che sono la nostra speranza di futuro, si deve attenzione, analisi lucida ma anche capacità di accoglienza, in quanto noi possiamo essere una società in grado di sostenere efficacemente la fatica di crescere i ragazzi.

Tutte le relazioni fondamentali si instaurano per la prima volta in famiglia, si tratta di una rete di “rapporti base” che serviranno per tutto il resto della vita. Va riconosciuto che, per un genitore, è divenuto molto difficile imporre qualcosa ad un figlio adolescente, soprattutto se questi è già in difficoltà e più o meno in opposizione, poiché l’imposizione non è oggetto di consenso sociale ed è anzi in contraddizione coi valori attuali. Infatti, attualmente, esigere qualcosa appare ormai come una “violenza” agli occhi dell’adolescente, della società, dei genitori stessi, e non più come l’espressione di una preoccupazione legittima da parte di persone responsabili, che vogliono il bene dei loro figli. Infatti per la paura della frustrazione, i genitori spesso rinunciano ad educare i figli, a riconoscere i confini tra l’io e il mondo, a controllare gli impulsi, a dominare l’ansia, a sopportare le avversità. Nelle famiglie si creano così delle situazioni di disagio per la semplice incapacità di dire un no. Dovrebbe essere ovvio che in certi casi bisogna dire di no, eppure l’opinione comune è che sia meglio dire di si. Non saper negare o vietare qualcosa al momento giusto può però avere conseguenze negative sulla relazione tra genitori e figli, nei contesti scolastici e sociali, sullo sviluppo educativo. Se i genitori non fanno i genitori è facile che sorgano problemi. Bisogna capire che in certe circostanze un no è più efficace, positivo e formativo di un sì. Ecco cosa manca ai giorni nostri…

 Le norme per una famiglia educativa sono innanzitutto dare il buon esempio, avere cura di mostrarsi sempre civili ed educati; quindi i genitori devono essere, per quanto possibile, fonte di sicurezza; aiutare i figli a risolvere i conflitti, cercando insieme una soluzione; ascoltare; impartire, magari, pochi ordini, ma esigere che vengano eseguiti bene; non insegnare a essere bugiardi; essere intransigenti nel non permettere ai figli di mancare di rispetto a nessuno; predisporre un programma settimanale delle attività di tutti i membri della famiglia: è bene porre obiettivi raggiungibili perché questo incrementa stima e ottimismo una volta raggiunta la meta prefissata; non concedere beni materiali, se non è possibile e via discorrendo.

 Sappiamo che nella nuova società è difficile portare avanti questi “compiti”, ma allo stesso tempo non possiamo permettere, come persone adulte e facenti parte di una società attualmente già “corrotta” da varie situazioni che i nostri ragazzi non percepiscano nei dovuti modi l’educazione. Essa per loro è fondamentale, non possiamo soltanto rimarcare che i ragazzi mostrano disimpegno morale o bullismo. Dobbiamo essere noi adulti capaci a percorrere insieme a loro la strada dell’educazione, affinché non si “scada” nel solito cliché del “ma forse dovevamo fare così”, “ma andiamo dall’esperto” etc.

Ricordiamoci che l’educazione passa anche dalla identificazione, in quanto una parte dell’esperienza educativa è data dalla tendenza della persona a identificarsi con un’altra persona, e proprio per questo gli educatori sanno bene quanto sia importante essere un buon esempio per gli adolescenti e non solo, perché tendono ad identificarsi  con la persona che si  prende “cura” di loro, cioè con la persona con cui appunto tendono ad identificarsi, che sia esso un familiare, un insegnante o comunque una persona preposta all’educare. Tutti siamo soggetti in educazione anche se adulti. L’educazione lascia, pian piano dosandole nel corso della vita, le sue gesta che diventano incancellabili. Ma essa non può misurarsi, solo nell’ipotesi impossibile che tutto ciò che facciamo nella vita si possa misurare, allora forse sì che l’educazione potrebbe essere progettata e verificata. Ma questo non può accadere.

Educare vuole soprattutto dire formare un individuo capace di interagire con gli altri e con il mondo. Cura ed educazione devono andare di pari passo a casa e a scuola. Ma stiamo attenti, la cura, se non affiancata da azioni di richiamo al rispetto di regole di convivenza e di doveri, facilmente può mutarsi in trappola. La cura è l’ingrediente del lavoro educativo e l’educazione deve dosare quest’ingrediente così da contare sull’esistenza di una preoccupazione educativa non solo fatta di emozioni, ma anche pubblica e sociale, per guidare chi sta entrando, o entrerà tra non molto, nelle strade a volte tortuose della vita.

 

(Vulcano n° 82)

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