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Se questo fu un uomo: sulle tracce di Gramsci

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Iniziamo un percorso di maggiore conoscenza del pensiero di uno dei cinque italiani, nati dopo il ‘500, più citati dalla letteratura politica mondiale. Cominciamo con alcuni essenziali cenni biografici. - Prima parte • di GIANNI RALLO

 

Antonio Gramsci nasce ad Ales nel 1891. La sua infanzia è turbata da varie vicissitudini, come una caduta (1895) – forse all’origine della sua malformazione -, la prigionia del padre per malcelati motivi politici, il conseguente aggravarsi dello stato di povertà della sua numerosa famiglia – nel 1902, a 11 anni, deve lavorare al catasto di Ghilarza -, l’impossibilità di continuare gli studi dopo il ciclo elementare, l’acquisizione di una formazione superiore allo scalcinato ginnasio di Santulussurgiu (1905/1908) e, poi, al liceo Dettori di Cagliari (1909/1911), dove vive tre anni a casa del fratello Gennaro che gli fa conoscere l’ambiente socialista della città. In questo periodo legge Marx, Croce e Salvemini e si definisce sardista, convinto che la profonda arretratezza della Sardegna fosse dovuta allo sfruttamento del Nord.

Nello stesso anno (1911), avendo ottenuto una borsa di studio dalla Fondazione Carlo Alberto, si iscrive al corso di Filologia romanza della Facoltà di lettere di Torino, dove conosce Angelo Tasca e Palmiro Togliatti. Segue, ma non vi partecipa, il rapido sviluppo delle lotte operaie torinesi: l’esiguità della borsa di studio e la fatica dello studio lo costringono a tornare – malnutrito e allo stremo delle forze - a Ghilarza, dove allora viveva la sua famiglia. Comincia, tuttavia, a mettere in discussione il suo sardismo in nome di una visione più ampia della cosiddetta questione meridionale, punto di partenza fondamentale per comprendere l’originalità del suo pensiero politico. Nel 1914 torna a Torino e, senza rinunciare ai suoi studi, si iscrive al P.S.I.  Comincia la sua militanza socialista, la pubblicazione di articoli sul Grido del popolo (importante Neutralità attiva e operante, in diretto contrasto con Mussolini, che gli procurerà l’ingiusta accusa di “interventista”). Il suo perdurante, grave stato di salute gli impedisce di seguire regolarmente gli studi e perde la borsa di studio: vive con inaudite difficoltà dando lezioni private, ma approfondisce la sua conoscenza del pensiero di Marx e dà altri esami che saranno, però, gli ultimi (1915).  Gramsci segue i concitati sviluppi del movimento operaio torinese ma non ne è ancora parte attiva e, dal 1916, si dedica quasi esclusivamente al giornalismo (Grido del popolo, Avanti!). In questa veste, nel 1917 commenta gli eventi rivoluzionari russi e, dopo la repressione dei moti torinesi, fa parte del comitato direttivo di un P.S.I. decimato dagli arresti; assume inoltre - fino al 1918, anno della cessazione -  la direzione del Grido del popolo, tramite il quale commenta gli sviluppi della Rivoluzione russa e diffonde gli scritti e le idee di Lenin, che farà proprie ma in modo originale. Studia la Rivoluzione russa e decide – con alcuni amici socialisti, tra cui Togliatti, Terracini e Tasca – di fondare la rivista socialista L’Ordine nuovo dalla quale lancia (1919) per la prima volta l’idea di trasformare i soviet in consigli di fabbrica, i quali cominciano a diffondersi e il movimento consigliare si allarga: Gramsci ipotizza un fondamentale ruolo rivoluzionario per questi organismi. All’interno del P.S.I. nascono, però, contrapposizioni fra moderati (la maggioranza) e rivoluzionari, entrambi da lui contrastati. Comincia a nascere l’idea di una frazione comunista all’interno del P.S.I.: nel 1920, a Imola, Gramsci e Bordiga firmano il manifesto programmatico di quello che di lì a poco sarà il Partito Comunista d’Italia (P.C.d’I.), fondato a Livorno nel 1921. Gramsci si convince che solo l’organizzazione di un partito rivoluzionario possa portare le masse alla coscienza delle proprie condizioni, per questo ha alcune riserve sulle scelte politiche del nuovo partito, ma non le esprime, preoccupato dal Fascismo nascente, peraltro puntualmente denunciato in vari articoli. Il 1922 è un anno importante per Gramsci: viene inviato a Mosca come rappresentante italiano all’Internazionale, lì si ammala e sarà ricoverato per sei mesi, conosce Julka Schucht, la sua futura moglie, dalla quale avrà due figli (Delio e Giuliano). Affermatosi il Fascismo in Italia, viene inviato a Vienna per seguire più da vicino la situazione. La drammatica repressione fascista priva il P.C.d’I. dei suoi dirigenti mettendolo, di fatto, nelle mani di Gramsci. Nel 1924, eletto deputato, Gramsci ottiene l’immunità parlamentare e rientra in Italia. Nel 1925, dopo un breve viaggio a Mosca, compie il suo primo e unico intervento alla Camera: suo interlocutore diretto, il Duce. Il 1926 è anno di avvenimenti convulsi: partecipa clandestinamente al 3° Congresso del P.C.d’I. (Lione) e ottiene l’approvazione della sua linea politica. Comincia a scrivere l’importante saggio La questione meridionale e si decide a scrivere una lettera al Comitato Centrale del P.C.U.S. (mai giunta a destinazione per probabile volontà di Togliatti) in cui espone tutte le sue riserve sui contrasti interni al P.C.U.S. L’8 novembre 1926, nonostante la sua carica di parlamentare, è arrestato a Milano.

Dopo il processo (28 maggio/4 giugno 1928), la matricola n° 7047 Antonio Gramsci è trasferita a Turi (Ba) e qui inizierà la stesura dei Quaderni del carcere che continuerà malgrado il drammatico aggravarsi delle sue condizioni di salute. Per questo, nel novembre del 1933, sarà trasferito ad una clinica di Formia e poi, nell’agosto 1935 ma inutilmente, alla clinica Quisisana di Roma. Antonio Gramsci muore alle 4,30 del mattino del 27 aprile 1937. I Quaderni saranno trafugati dalla sua stanza dalla cognata Tatiana, consegnati ad un notaio e pubblicati solo a partire dal 1948. Le sue lettere strazianti ma sempre lucide e illuminanti sulla coerenza del suo pensiero e sulla sua determinazione a non cedere al potere, saranno pubblicate, col titolo Lettere dal carcere, nel 1947. Mussolini, per indebolire la dirompente potenza della sua analisi politica, aveva tentato di piegarne lo spirito per costringerlo a chiedere una grazia che Gramsci rifiutò sempre, ma ottenne solo di renderlo più grande.

Nella vita dei grandi uomini è sempre difficile scindere quella che può essere chiamata semplice “biografia” dal pensiero e dalla capacità di influenzare la storia. Il caso di Gramsci è esemplare, perché le sue vicende umane lo hanno trascinato su strade – magari comuni ad altri uomini della sua terra – ma lungo le quali ha saputo formarsi un originalissimo pensiero politico, non prescindendo da nessuno di coloro che lo avevano preceduto, ma non accodandosi a nessuno ed essendo tuttora, in molte parti del mondo, oggetto di attento studio e di ammirazione.

Per questo motivo ho preferito, ancora una volta, dividere l’intervento in due parti. Nella seconda parte mi concentrerò su alcuni concetti – come egemonia, Stato, società politica e società civile, intellettuale, rivoluzione, etc. – esplorando e concatenando i quali, emergerà l’integrità di un punto di vista politico allo stesso tempo umanissimo e rivoluzionario. Data l’importanza dell’uso distorto e strumentale che, oggi come ieri, viene fatto delle parole della politica, abbiamo ritenuto opportuno inaugurare una rubrica intitolata, appunto Le parole della politica

 

(Vulcano n° 82)

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