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La rivoluzione estetica di “Italy in a Day”

26 attualità filosofica. una scena del film italy in a day di g . salvatores
• di GIANCARLO PILLITTU

 

Il film Italy in a Day – Un giorno da italiani (2014)di Gabriele Salvatores, trasmesso da Rai Tre in prima serata sabato 27 settembre 2014,rappresenta una piccola rivoluzione estetica, oltre che sociale - i due aspetti sono naturalmente interdipendenti -  che dovrebbe essere salutata con favore.

Come si sa il film nasce dalla selezione e dal montaggio di una quantità sterminata di video relativi alla medesima giornata, il 26 ottobre 2013, girati dagli italiani che hanno aderito all’iniziativa proposta da Salvatores e dalla società di produzione Indiana. Inutile dire che il risultato finale si presta ad interessantissime analisi e considerazioni sociologiche, che non sono oggetto del presente articolo.

Si tratta di una rivoluzione estetica in quanto contribuisce alla dissoluzione dell’aura - ovvero dell’insieme dei caratteri propri dell’opera d’arte, quali l’unicità, l’irripetibilità, l’appartenenza ad un determinato contesto - che definisce la dimensione estetica come una realtà specifica e separata, fondata sulla netta divisione tra produttori e consumatori di opere d’arte. La perdita dell’aura e la conseguente crisi dell’estetica è stata acutamente segnalata e positivamente giudicata da Walter Benjamin, nel suo fondamentale saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936). La rivoluzione operata dal film di Salvatores è “piccola” poiché si inscrive in un processo sociale già in atto, che si esplica in pratiche quotidiane connesse all’uso sempre più massiccio delle nuove tecnologie.

La messa in questione dell’estetica e della specificità dell’opera d’arte attuata da Salvatores differisce da quella seguita dalle avanguardie artistiche del Novecento. Queste ultime intesero rinnovare il fare artistico dal punto di vista dei linguaggi, intervenendo sugli aspetti tecnico-formali. Lo scopo, come spiega Theodor W. Adorno, era quello di contrastare l’integrazione in una società sempre più massificata e totalitaria per “mantenere vivo il ricordo della possibilità di un’esistenza diversa” (Gianni Vattimo). L’effetto-aura, in questo caso, viene sostituito dall’effetto shock ottenuto mediante la sperimentazione.

La via seguita da Salvatores si fonda, al contrario, su procedimenti che possano favorire il riconoscimento di sé, ovvero l’autocoscienza, piuttosto che lo spiazzamento e la provocazione. Si ricorre, pertanto, alla dialettica coralità-autorialità, nel senso che una moltitudine di produttori-consumatori si mette pirandellianamente alla ricerca di un autore che possa favorire il processo di elaborazione del senso. Le monadi in rete conseguono in tal modo non l’“armonia prestabilita” da Dio (Leibniz), che è un’armonia a priori, ma un’armonia a posteriori, creata o trovata dall’autore.  

L’autore opera sulla base di due strumenti: il montaggio e il format, ovvero la composizione-interpretazione del materiale girato (montaggio), all’interno di un progetto definito da un insieme di regole, da un modello già collaudato (format).

Che cosa resta, a questo punto, dell’estetica? Siamo ancora in presenza di un’opera d’arte? E perché? Forse, resta proprio lo specifico dell’arte e dell’estetica, ovvero l’apparenza (il “più”), teorizzata da Adorno in Teoria estetica (1970, opera postuma), seguendo una tradizione che risale a Platone. Resta cioè la tensione verso un senso trascendente che sembra sfuggire alla e nella quotidianità, ma che l’arte può in qualche modo catturare. La ricerca del senso baratta la rivoluzione reale (politica) con una rivoluzione ideale (estetica). Ognuno viaggia autonomamente, ma verso una meta comune, la rete. Dalla rete ci si aspetta l’illuminazione. Ma solo l’occhio dell’artista può percepire la luce. E’ ancora una volta l’aura che rifiorisce una volta di più proprio laddove sembrava definitivamente estinta. L’operazione di Salvatores e di tutti gli italiani che hanno collaborato al suo progetto è riconducibile alla formula estetica enunciata da Adorno nell’opera citata: “La bellezza della natura è in quel suo sembrar dire di più di quel che essa stessa non sia. Strappare questo di più alla contingenza, impadronirsi della sua apparenza, determinarla proprio come apparenza e anche negarla come irreale è l’idea dell’arte” (Theodor W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, Torino 1975, p. 113). La vita, sebbene talvolta possa sembrare insoddisfacente e frustrante, riluce di un senso trascendente ed immanente al tempo stesso. Solo l’arte può coglierlo in questa sua apparente contraddizione. Molti italiani pare lo abbiano capito, manifestando una fede insospettabile nelle possibilità della rivelazione estetica.

 

(Vulcano n° 81)

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