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Giornata Internazionale della Donna. La storia di una donna

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• di MARIA ANGELA CASULA

 

A giorni, e più precisamente domenica 8 marzo, come ogni 8 marzo, sarà la Giornata internazionale della donna, comunemente definita Festa della Donna.

Giorno per ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui sono ancora oggetto in molte parti del mondo.

Non starò qui a scrivere della nascita e dei movimenti che hanno fatto diventare il Woman Day negli Stati Uniti dei primi del '900 la Giornata Internazionale della Donna, argomento oggetto di un altro scritto.

Per questo giorno di Festa diventato ormai solo un'occasione commerciale, dove molte donne lo aspettano come libera uscita dalla routine quotidiana, voglio raccontarvi la storia di una donna che ancora oggi, nel 2015, combatte per i diritti non riconosciuti delle donne.

È la storia di Peninnah Tombo, 59enne, attivista kenyota per i diritti umani delle donne. 

Nel 1992 ha fondato “Nasuru Ntoiye” (“Salviamo le bambine”), un’organizzazione che si propone di cancellare l'orrenda usanza delle mutilazioni genitali e dei matrimoni precoci nel suo paese.

Di questa organizzazione, questa donna prima che attivista dice: “Stiamo cercando di cambiare il mondo in cui viviamo. Stiamo cercando di informare ragazzi e ragazze, così che loro possano cambiare la nostra comunità. Io faccio volontariato nei gruppi giovanili”.

Queste sono le parole di Peninnah Tombo, come risposta agli uomini del suo paese che minacciano di ucciderla se non smette di mettere in testa strane idee alle donne e alle ragazze.

Ci sono uomini che si presentano a casa sua, consigliando al marito di picchiarla e di metterla al suo posto, per educarla all’obbedienza e alla sottomissione, che si propongono di farlo loro, se lui ha il cuore troppo tenero.

Ci sono uomini che le intimano di “smettere di dire alle donne che hanno diritti, perché non ne hanno. E deve smettere di dire alle ragazze di lottare.

Perché insistere con questa storia dell’eguaglianza?“ “Mi dicono che devo smettere di fare questo. - aggiunge ancora Peninnah - come se istruire le persone fosse una brutta cosa. Sono vecchi, pensano a dar via le figlie prima che possono e non piace che le bambine invece vengano da me, perché io impedirò che si sposino così piccole. Quando nasce loro una figlia, è come se la moglie avesse partorito un oggetto, una merce, e non vogliono che le figlie vadano a scuola, perché se ci vanno verranno a sapere che, come donne ed esseri umani, hanno dei diritti.” e aggiunge “Gli uomini prendono decisioni per noi……. se hai un bambino che sta morendo, non puoi vendere una mucca per comprargli medicine, se non c’è tuo marito. Le donne cucinano, puliscono, badano ai piccoli, lavano la biancheria, portano acqua, mungono le mucche e si curano degli altri animali. Il lavoro degli uomini è star seduti a guardare mentre tu fai tutto, poi se ne vanno in città a passare il tempo con gli amici, perché tanto non stanno facendo nulla di importante”.

La storia di questa donna non è molto diversa da quella delle donne per cui lei oggi si batte e si attiva ogni giorno. All'età di 4 anni si prendeva cura del bestiame di suo padre, a 11 anni è stata mutilata.

Oggi le mutilazioni genitali in Kenia sono proibite, ma purtroppo in alcune tribù vengono ancora praticate.

Ricorda bene quel giorno Peninnah: “Ti tengono la testa girata, così non vedi quel che fanno alla bambina in fila prima di te. Ti dicono che se gridi o piangi ti bastoneranno a morte. Ma il dolore è così forte che le lacrime neppure riescono a formarsi. Puoi morire di emorragia, di infezione, e le complicazioni possono ucciderti più tardi o restare con te tutta la vita. E ha un costo psicologico, perché è come la morte, come quando perdi una persona o una creatura che ami”.

All'età di 12 anni suo padre la da in moglie ad un uomo che ne aveva già tre, ma lei, disobbedendo al padre e con l'aiuto di una donna che lavora nella chiesa frequentata da Peninnah, scappa via lontano da casa e grazie a questa donna, si iscrive a scuola.

Frequenta le superiori e quando le conclude, partecipa ad un corso da infermiera. Suo padre muore quando lei aveva solo 19 anni e quando ne compiva 22, lo zio le combina un matrimonio con un uomo che aveva già una moglie.

Questa volta Peninnah dovette accettare, non poteva fare diversamente: “Se avessi potuto decidere liberamente non mi sarei mai sposata. Ma avevo già rifiutato un matrimonio. Non potevo rifiutare il secondo, o mi avrebbero considerata maledetta”.

Questo prossimo 8 marzo, nella Giornata internazionale della Donna, pensiamo a lei. A lei e a tutte quelle donne che ancora oggi, vivono una condizione di soprusi, di dolore e violenze, di mancato riconoscimento della dignità individuale e dell'identità sociale.

Nel giorno della festa della donna, dedichiamo le nostre mimose a lei e alle donne come lei. Donne alle quali ancora oggi non è riconosciuta neppure la condizione di essere umano.

Vadano a queste donne, a queste nostre sorelle, il giallo luminoso di questi fiori con l'augurio che anche per loro possa esserci un giorno, anche con il contributo di donne più fortunate come noi, un futuro luminoso.

Auguriamocelo, auguriamoglielo; per loro, per noi, per i loro figli e per i nostri.

 

07.03.2015

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