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L’adolescente, questo sconosciuto

26.02 - l’adolescente questo sconosciuto
• di MONICA ATZEI

 

Per conoscere gli adolescenti dobbiamo necessariamente dimenticarci del “come eravamo”. L’esperienza è la sua non la nostra, quindi le due storie non sono affatto sovrapponibili.

Il nostro adolescente, anche se vive i nostri stessi sentimenti di tanti anni fa, si esprime in maniera diversa, secondo un “codice” che va ascoltato e appreso per poter entrare in comunicazione con lui.

I ragazzi cercano interlocutori validi e credibili nella famiglia, nella scuola, nella società. Ma bisogna riflettere su un punto: gli adulti sono disponibili all’ascolto e a dare tempo, spazio, occasioni di crescita? Dobbiamo dare loro delle possibilità, perché se si desidera che gli adolescenti divengano adulti, quindi persone responsabili e indipendenti, bisogna stare vicino a loro così da poter costruire insieme percorsi di vita significativi. Il sistema degli adulti ha la funzione di fornire un modello che orienti la crescita, attraverso un confronto, a volte anche conflittuale, con delle figure di riferimento, consentendo l’elaborazione dell’ambivalenza dell’adolescente, sempre diviso fra la contestazione, l’amore e l’emulazione nei confronti delle figure per lui significative.

Questa possibilità di solidarietà e dialogo tra generazioni richiede da un lato che gli adulti siano credibili e non siano né appaiano addirittura più confusi e sconcertati dei ragazzi, dall’altro che i rapporti affettivi e di fiducia tra gli adolescenti e i loro educatori siano reali e validi.

Ma a chi spetta questo compito così impegnativo? Ai genitori, che devono accettare di veder maturare i propri figli come altro da sé, agli insegnanti, che non limitino il loro compito alla semplice erudizione, ma che aiutino i ragazzi, attraverso la conoscenza delle varie materie, alla comprensione dei meccanismi della crescita verso l’età adulta. Poi spetta anche a tutti coloro che, a vario titolo, vengono in contatto con i giovani durante il tempo libero, testimoniando coerenza e responsabilità con i loro stessi comportamenti.

L’adolescenza ha uno “statuto” a sé: non è solo un periodo di passaggio, ma una metafora dell’identità dell’essere umano, un’identità incompiuta, in continuo cambiamento. Ad esempio se la famiglia non è abbastanza flessibile da accettare il cambiamento del proprio figlio o se le necessità funzionali familiari non consentono una modificazione dei rapporti, ne conseguirà sofferenza: uno dei componenti del nucleo soffrirà per mantenere tutti gli altri in un relativo equilibrio. E’ quindi necessario favorire in famiglia la costruzione di una nuova situazione, con nuove regole e confini. Non si deve aver paura di porre norme, limiti, “paletti”, quindi sistemi di riferimento, di autocontrollo. L’adolescente deve potersi muovere in avanti alla ricerca di esperienze nuove che ne permettano la definizione individuale, ma continuando anche a guardare indietro, perché indietro troverà la sicurezza della propria storia, delle proprie radici. E questo “movimento” non si arresta con l’adolescenza ma resta anche nell’età adulta.

Le modalità con cui il ragazzo può vivere la famiglia sono diverse, può avere una percezione di “persecuzione”, o di competizione e aggressività, oppure un sentimento di complicità e unione. Indissolubile. Una famiglia percepita “in alto” genera nel giovane ammirazione, cui si oppone il rifiuto quando è percepita “in basso”.

Pensiamo che i giovani sono il domani e a loro si deve attenzione, accoglienza e ascolto, perché siamo una società che dovrebbe sostenere in maniera efficace la fatica di crescere di ogni adolescente.

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