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Girotondo

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“Se verrà la guerra, Marcondiron’era”, cantava Fabrizio De André, che di cose ne aveva capite parecchie. E la guerra può venire davvero, almeno così pare da segnali, meccanismi, dichiarazioni, prezzolate censure dei mass media. Solo il Papa, paradossalmente, osa parlare di “Guerra mondiale a zone”, e se lo dice lui…. • di GIANNI RALLO

 

Torniamo, dopo la pausa estiva, alle questioni generali che, al di là delle menzogne o delle mezze verità (il che è lo stesso) dei mass media, tengono in pugno il nostro destino. All’interno di queste correnti macroeconomiche si muovono, come marionette, i governi di tutto il mondo.

L’apparente confusione che provocano questioni come quella Ucraina, dei terroristi dell’Isis, dell’alleanza tra Cina e India, della crisi che non sembra finire, dell’austerità che sta uccidendo le economie europee con disoccupazione, crollo del PIL, etc., nasconde in realtà un filo conduttore che, se messo in evidenza (cosa che ci si guarda bene dal fare se non tra addetti ai lavori), permette di comprendere la stretta interconnessione tra fatti apparentemente lontani o estranei l’uno all’altro.

Per capire, è necessario ricordare alcuni eventi del recente passato, centrali per gli sviluppi che stiamo osservando oggi.

Nel 1945, con gli accordi di Bretton Woods, gli Usa impongono il dollaro come moneta per gli scambi internazionali: tutte le merci commercializzate nel mondo avrebbero dovuto essere pagate in dollari. Questo diede uno straordinario potere all’economia americana rispetto al resto del mondo, ma la garanzia per gli altri Paesi era che la convertibilità con l’oro fosse comunque garantita a 35 dollari al grammo: chiunque detenesse dollari poteva chiederne l’equivalente in oro. Ovvio, quindi, che la banca centrale Usa, la Federal Reserve – la vera macchina di questa fondamentale operazione –, si impegnasse a non stampare dollari oltre il valore effettivo dell’oro in suo possesso: in caso contrario il dollaro si sarebbe svalutato con grave danno economico dei suoi detentori.

Ma negli anni ’70, specialmente con la guerra del Vietnam, gli Usa stamparono molti più dollari di quanti l’oro potesse rappresentarne e quando questo pericolo arrivò alla percezione degli investitori, molti chiesero di avere l’equivalente in oro dei dollari di cui erano in possesso. Gli Usa del presidente Nixon si tolsero la maschera nel 1973, quando il presidente, all’ennesima richiesta di cambio oro/dollaro da parte della Francia, dichiarò che, per bloccare le speculazioni sul dollaro, non si sarebbero più effettuate – per un tempo limitato, che però non è mai terminato – conversioni in oro.

Nel corso degli anni Settanta gli Usa imposero all’OPEC (Paesi produttori di petrolio), a cominciare dall’Arabia, di vendere il petrolio in cambio di dollari. Controllando la produzione del petrolio, gli Usa riuscirono a imporre nuovamente il dollaro come moneta dominante: nasce il cosiddetto petro-dollaro il cui valore è sostenuto dal fatto che tutto il mondo ha bisogno di petrolio e quindi tutto il mondo è obbligato ad acquistare dollari per pagare il petrolio.

La lunga premessa era necessaria per capire la vera natura dello scenario, apparentemente confuso, che stiamo cercando di decifrare.

L’emergere di nuovi potenti protagonisti economici – i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), in particolare – ha fatto sì che un dollaro dominante ma sostanzialmente svalutato (grazie al quale gli Usa hanno potuto spendere in armamenti più di tutti gli altri Paesi messi insieme) non fosse più tollerabile dalle economie in crescita. Insieme a questo dato macroeconomico, s’impone la consapevolezza che il tempo del petrolio a buon prezzo è terminato (l’estrazione del petrolio profondo costa molto), la corsa all’accaparramento di risorse, materie prime speciali e terre fertili e irrigate (Cina in primo piano) si fa frenetica, cambiano le alleanze internazionali e gli assetti geopolitici in vista di queste nuove, vitali priorità. Un clima del genere è già, di per sé, suscettibile di provocare guerre, come la storia insegna.

Quanto esposto è utilizzabile (in modo necessariamente schematico per questioni di spazio e di semplicità ma poi ognuno potrà approfondire come crede) come chiave di lettura per interpretare le attuali questioni sul tappeto in modo che la loro interconnessione appaia chiara e inequivocabile; ma anche decisamente inquietante:

 

1. Russia e Cina stanno adoperandosi per creare una nuova moneta per gli scambi internazionali: lo Yuan (moneta cinese), il rublo, l’oro (già l’Iran, non a caso nel mirino Usa, vende petrolio in cambio di oro e non più di dollari), l’euro (accordi russo-tedeschi). Il progetto è già in fase di realizzazione: il 16 e 17 luglio di quest’anno i leaders dei BRICs si sono incontrati in Brasile per fondare la Nuova Banca di Sviluppo, 100 miliardi di dollari (ancora dollari, per ora) per operazioni infrastrutturali e di protezione contro le crisi finanziarie, in grado di affiancarsi (e, poi, sostituire) il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, entrambi sotto il controllo occidentale, specialmente Usa.

Ma prima di questo, Gheddafi e Saddam Hussein immaginavano la creazione di una nuova moneta ancorata al valore dell’oro, il dinaro, che sostituisse il dollaro negli scambi di quella regione: appena deposto e ucciso Gheddafi, gli Usa hanno subito creato in Libia una Banca centrale sotto il loro controllo; dal 2000, l’Iraq aveva preso a vendere il petrolio in cambio di euro: levato di mezzo Saddam (coi sistemi che conosciamo) il dollaro è prontamente tornato a sostituire l’euro.

Conclusione possibile: la supremazia del dollaro non si tocca perché senza di essa gli Usa perderebbero il controllo del globo. Anche la guerra pur di sventare la minaccia.

 

2. Questione Isis e terrorismo islamico (deprecabile, ovviamente, per la cieca violenza e la crudeltà assurda, ma le teste cadono anche a Kiev e i media si girano dall’altra parte): i membri dell’Isis (un fantomatico Stato Islamico Iraq Siria, fondamentalista, ovviamente) sono gli stessi che gli Usa hanno osannato e armato contro la Siria – alleata di ferro dell’Iran, nota bene! - non molto tempo fa; il loro capo, al-Baghdadi, è uno dei cinque terroristi più ricercati al mondo, 10 milioni di dollari di taglia sulla testa, feroce sgozzatore di centinaia di persone; già prigioniero degli Usa in Iraq, ora è stranamente libero di creare terrore e specialmente instabilità in una zona cruciale come il Medioriente. L’uso variabile di alleati che poi diventano strumentalmente nemici non è d’altra parte nuovo da parte delle potenze occidentali: Saddam, prima utile (e abbondantemente fornito di armi) contro l’Iran poi “nemico della democrazia” e liquidato prima che potesse parlare; Gheddafi, prima fidato alleato occidentale, poi brutale tiranno: liquidato prima che potesse parlare; lo stesso Bin Laden, prima alleato americano, con collegamenti e contatti americani, poi feroce capo di una Al-Qaida che, guarda il caso, ricompare ogni volta che gli Usa hanno bisogno di intervenire militarmente per riportare una pace che loro stessi hanno distrutto: altro vecchio sistema americano. In un documento del 2007 era stato chiaramente delineato il piano americano che ora vediamo in via di realizzazione: distruggere Siria, Libia, Somalia, Iraq, Iran. La strategia di creare le occasioni per intervenire è storicamente uno strumento principe e gli Usa lo utilizzano a piene mani, compresa la questione ebola di cui tanto si parla, e che si riferisce piuttosto all’altro sistema, quello di generare paura per poter agire in stato di emergenza.

Conclusione possibile: in Medioriente si concentrano pericoli per i dominatori del mondo sia in campo monetario che in quello energetico. L’intervento è obbligato, non per niente Obama (premio Nobel per la pace, figuriamoci!) ha dichiarato che la sconfitta del terrorismo “richiederà anni”: chiaro il messaggio?

 

3. Questione Ucraina. Guardate una cartina dell’Eurasia, la straordinaria vicinanza di Germania, Russia, Ucraina, Mar Caspio, Mar Nero, Balcani (tutti ricchi di gas e petrolio) e poi, da lì, Siberia, Cina. Gli Usa temono proprio questo: un asse energetico tedesco-russo-cinese, micidiale per la sua economia e per il suo dominio sul mondo, che non vuole perdere. Se si pensa che la Russia fornisce il 30% del gas di cui l’Europa (leggi Germania) ha bisogno e che il 60% di questo gas passa in Ucraina (dove, peraltro, risiede anche la Gazprom, il gigante russo leader nello sfruttamento energetico), non diventa difficile capire perché la Germania abbia messo gli occhi sull’Ucraina tentando di farla entrare nella Ue (in modo da strozzarla economicamente come fa con gli altri Paesi euro, noi compresi) dopo averla destabilizzata con i cecchini nazisti in piazza Maidan (a detta delle stesse autorità ucraine); non è nemmeno difficile capire perché gli Usa si oppongano a questa manovra cercando, invece, di far entrare l’Ucraina nella NATO, così da piazzare una barriera bellica direttamente lungo i confini della temuta Russia. Gli accordi faticosamente raggiunti per il cessate il fuoco non durano, nessuno – né Usa, né Germania – vogliono la pace e Putin sa che una guerra è possibile, ma lo sanno anche, ad. es., il multimiliardario americano Kile Bass o l’ex pezzo grosso dell’amministrazione Reagan, David Stockman, che lo dicono apertamente, lo sa Wall Street, dove già si scommette sul business di una terza guerra mondiale. Al giornalista che gli chiedeva cosa pensasse dei 50 miliardi di dollari che, secondo un tribunale olandese, la Russia dovrebbe pagare alla Yukos, uno degli uomini di Putin ha risposto: “C’è una guerra alle porte dell’Europa: Lei pensa davvero che una tale sentenza abbia qualche importanza?”.

Conclusione possibile: lasciamola dire alla presidentessa brasiliana Dilma Rousseff: “Come è accaduto per la Seconda guerra mondiale, giunta dopo una serie di svalutazioni competitive (svalutare la propria moneta significa poter esportare di più perché il prezzo dei propri prodotti cala), anche questa guerra delle valute potrebbe avere la stessa conseguenza”.

 

4.Devo chiudere per forza e vi lascio con una domanda che sicuramente sorgerà spontanea anche a voi: come se ne esce? Ebbene la domanda è mal posta, domandiamoci piuttosto: perché accade tutto questo? Vi cito due fatti e forse saprete rispondere da soli.

1: Durante la seconda guerra mondiale, nella Germania nazista erano presenti fabbriche americane della General Motors, delle Ford e della IBM, ma anche stabilimenti Standard Oil e Shell che, in un quadro molto complesso di intrecci finanziari e industriali, rifornivano i tedeschi di mezzi bellici, computer (i primi, rudimentali, a scheda), prodotti chimici, carburanti. I mezzi finanziari necessari all’immenso sforzo bellico tedesco erano forniti anche da banche Usa, ma non solo, con sede in Germania. Al termine della Guerra, le sedi americane di Ford, General Motors e Ibm chiesero i danni al governo americano per i bombardamenti – ovviamente americani – subiti dalle loro fabbriche in Germania. Nel 1967 il governo americano riconobbe ben 33 milioni di dollari di danni alla General Motors e 1 solo milione alla Ford. 

2: Oggi. Interesse vitale degli Stati Uniti è costringere le economie emergenti, ma soprattutto la Cina, a rivalutare la propria moneta in modo da ridurre la propria competitività rispetto ai prodotti americani. Ora si dà il caso che, proprio approfittando delle capacità cinese di mettere in piedi grosse strutture produttive e di imporre ritmi di lavoro impensabili in Occidente, molti colossi americani - fra i quali la Apple, la General Electric e la Walmart – hanno dislocato proprio in Cina molti loro stabilimenti e non hanno nessun interesse a che lo yuan si rivaluti, dato che i loro profitti ne risentirebbero pesantemente. Cioè: la politica americana ha un obiettivo, gli interessi delle multinazionali americane ne hanno uno opposto. E’ follia o cosa?

Non sarà che il meccanismo di fondo è, semplicemente, “profitto a tutti i costi” scoppiasse il mondo? Quando a Madeleine Albright, segretaria di Stato di Bill Clinton, fecero notare che il blocco alla ricostruzione di infrastrutture come ospedali, fabbriche di medicinali, strade, etc. imposto all’Iraq dopo la prima guerra del Golfo aveva ucciso circa 500.000 bambini, la serafica diplomatica rispose che “era un prezzo da pagare”.


(Vulcano n° 81)

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