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Il precariato logora non solo economicamente

20 il precariato logora non solo economicamente
• di MONICA ATZEI


Ogni giorno i mass-media parlano di precarietà. Il significato del termine nella sua accezione è “mancanza di continuità nel rapporto di lavoro e di conseguenza mancanza di reddito e delle condizioni adeguate per poter pianificare la propria vita”. Questa parola va anche oltre, nel senso che la precarietà diventa un indebolimento non soltanto materiale, ma anche sociale e si ripercuote sulla famiglia in toto.

Da anni si studiano le trasformazioni culturali legate al mercato del lavoro, una serie di fenomeni in passato sconosciuti sta alterando la composizione e la stratificazione sociale ed economica dell’Italia, rendendo sempre più ampia la quota delle famiglie e delle persone povere o a rischio povertà.

In Italia i dati, oramai, sono allarmanti, l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) riporta che un precario su due è un giovane e che, i giovani senza lavoro sono il 40% , il doppio dal 2007, la disoccupazione giovanile di mese in mese cresce a livelli record. Ma non è solo questo dato preoccupante, anche la generazione dei 40enni e dei 50enni si trova in uno stato di precarietà.

 Il CENSIS (Centro Studi Investimenti Sociali) ci dice che i disoccupati over 50 negli ultimi 6 anni sono aumentati del 146%, dato sconvolgente e parliamo di persone laureate (magari con due/tre lauree) e plurititolate, con anni di esperienza nella ricerca o nella didattica.  A proposito di didattica, se aprissimo una parentesi sul precariato della scuola, non basterebbe il nostro giornale con tutte le sue pagine!

L’aggravarsi e il perdurare della crisi economica si è tradotto in una pesantissima emorragia di posti di lavoro, tra cui molti ritenuti sicuri e che ha visto colpire le fasce di età compresa tra i 45 e i 60 anni, quasi del tutto impreparate ad affrontare il rischio di disoccupazione e di conseguenza ai vari effetti della crisi, quali: mobilità e cassa integrazione, licenziamenti e riduzioni di salario, chiusure e fallimenti di imprese. Sono oltre 3,3 milioni i precari italiani, di questi la maggior parte lavora nel Mezzogiorno, la più alta concentrazione di lavoratori precari italiani si trova nel pubblico impiego (scuola, sanità, servizi pubblici e sociali);  questo dato è stato fornito da EDIESSE e a cura di Associazione Società Informazione Onlus, promosso dalla CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), e le regioni del Mezzogiorno più coinvolte sono la Calabria (21,2%), la Sardegna (20,04%), la Sicilia (19,9%) e la Puglia (19,8%). Il 38,9% del totale dei 3, 3 milioni di precari, non ha proseguito gli studi dopo la scuola dell’obbligo.

L’ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica) ci porta a conoscenza che il precariato tra le donne ha registrato una crescita quasi doppia rispetto agli uomini, con una incidenza che è aumentata nel periodo 2004-2011 del 7% contro meno del 4% degli uomini

Secondo il Rapporto EURISPES (Istituto Europeo di Studi Politici Economici e Sociali), nel 2013 il 65% degli imprenditori italiani era dubbioso e manifestava di temere per la vita delle loro imprese. In particolare, il popolo delle Partite IVA è la categoria sociale che più ha dovuto rinunciare alla possibilità di risparmiare e di avere un lavoro “sicuro”, considerando anche il fatto che esse non hanno determinate “agevolazioni” del pubblico, quali indennità di malattia, infortunio o maternità.

 Tutto questo va ad aggravare la precarietà della vita stessa, della società, dell’economia, questa precarietà economica, che non è per forza collegata al tipo di contratto, sta crescendo in maniera vertiginosa tra gli artigiani, i lavoratori autonomi, i piccoli imprenditori, quest’ultimi, vessati dalle condizioni di credito adottate dalle banche italiane, praticamente è un vortice; se prima della crisi la precarietà era vista come effetto di una condizione contrattuale atipica (i contratti atipici, chiamati anche innominati, sono  quei contatti non espressamente disciplinati dal diritto civile) un quasi naturale segno dei nuovi tempi che caratterizzava l’entrata dei ragazzi nel mondo del lavoro e che quindi veniva generalmente attribuita a loro e ai neo-laureati (contratti a tempo determinato, collaborazioni a progetto o occasionali, lavori interinali, contratti a chiamata, partite IVA che celavano situazioni di lavoro dipendente); se tutto questo era la “normalità” per i giovani, ora gli effetti della crisi hanno determinato un ampliamento della percezione della precarietà, inglobando anche coloro che potevano contare sul tanto agognato contratto a tempo indeterminato.

Alla luce di questi dati occorrerebbero delle “politiche” mirate per tutte le categorie, sia per i giovani laureati, per i precari over 40 /50/60, per le donne, per chi non ha un alto livello d’istruzione, per gli imprenditori, per i lavoratori in proprio (Partite IVA) e i liberi professionisti.


(Vulcano n° 81)

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