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Intervista a Luciano Marrocu Docente di Storia contemporanea all'Università di Cagliari presso la facoltà di Lettere e Filosofia

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• di ROBERTO FENU

 

Professor Marrocu, potrebbe prenderci un po’ per mano e mostrarci quali sono stati i momenti significativi che hanno caratterizzato la sinistra italiana nella lotta per l’emancipazione dei ceti più svantaggiati, quelli, cioè, che tutt’oggi potrebbero essere ancora tangibili da chi si ritiene “scettico di sinistra”?
“Va da sé che la risposta a una domanda così ampia non può che essere approssimativa. Al centro della vicenda storica della sinistra italiana, sul lungo periodo, io vedo la specificità di una presenza egemonica del Partito comunista italiana. Un partito che, soprattutto a partire dal 1943, è stato protagonista della ricostruzione democratica dell’Italia. Allo stesso tempo, confermando, sino allo strappo operato da Berlinguer, il suo legame con l’Unione Sovietica si è autoescluso dalla possibilità di governare. Quando dopo il 1989 è caduta l’Unione Sovietica (e con essa è venuto del tutto meno il cosiddetto fattore K) il PCI non aveva più ragione di esistere o comunque era chiamato a una trasformazione radicale. La sinistra che ha preso forma, in maniera complessa, in Italia dopo il 1989 è una sinistra nuova, nuova nel senso che si è dovuta reinventare. Questa è la difficoltà in cui si trova il Partito Democratico. Non è facile reinventare qualcosa. Pensiamo alla Sinistra francese, inglese, tedesca, perfino spagnola: in tutti questi casi la Sinistra si muove dentro una cultura e una tradizione politica che rimanda alla fine dell’Ottocento, alla socialdemocrazia classica, insomma. Con tutte le differenze e le difficoltà di adeguarsi a tempi nuovi, ma senza una vera rottura con la propria matrice originaria”.
Cosa significava, in passato, per un cittadino italiano definirsi di sinistra, e cosa vuol dire invece oggi votare per il partito democratico?
“Prima essere di sinistra voleva dire soprattutto essere dalla parte dei lavoratori e dei ceti più svantaggiati. Oggi votiamo per il PD aderendo a un progetto di riforma del nostro Paese che coniughi la Rivoluzione Liberale di Piero Gobetti con un’istanza di giustizia sociale: quanto al metodo, per come la vedo io, è sempre quello che ci ha insegnato il compagno Keynes”.
Saprebbe dirci quali sono i princìpi che animano il partito democratico?
“Credo che una difficoltà del PD sia appunto questa di non avere enucleati princìpi condivisi su cui basare i propri progetti di riforma. Per quanto mi riguarda dovrebbero essere tradizione socialdemocratica + Keynes + riforma liberale dello Stato”.
Questi principi sono comparabili e compatibili con altre esperienze europee di partito, come ad esempio quella dei labour britannici?
“Per quanto mi riguarda ovviamente sì. Per quanto riguarda il Partito Democratico, l’ho detto prima, non sono sufficientemente elaborati. Un’ulteriore difficoltà viene dal fatto che nel PD si uniscono due culture politiche distinte e a lungo antitetiche: quella socialcomunista e quella socialista”.
La sinistra ha perso il suo spirito rivoluzionario nella lotta politica, in Italia rimarrebbero le garanzie costituzionali di programma che non hanno avuto completamento, tuttavia anche queste sono sotto continuo attacco da parte di tutte le forze politiche, non escluso il Partito democratico, quale sarà allora l’ancora di salvezza?
“Che la sinistra italiana abbia perso il suo spirito rivoluzionario potrebbe rivelarsi anche un fatto positivo se l’avesse sostituito con un concreto realistico spirito riformista”.
Due articoli della costituzione fondamentali che attualmente ci permettono una chiave di lettura della posizione dell’Italia nello scenario internazionale: l’art. 10 che, con un certo grado di forzatura, ci ha permesso di aderire e adeguare  il sistema giuridico dell’Italia all’unione europea, l’art. 75, secondo comma, che, pensato per ovviare ai problemi di adesione dell’Italia al patto atlantico, non permette ai cittadini di esprimersi nei confronti dei trattati internazionali; è questa, in questo scenario di sfiducia nei confronti dell’Unione Europea, una posizione debole della società politica nei confronti della società civile, o come dovremmo interpretarla?
“La debolezza non è solo una debolezza della politica, il cui atteggiamento in Italia verso l’Unione Europea, è spesso puramente difensivo (“non ci sono alternative all’Europa”, “non ci sono alternative all’Euro”) ma della stessa Unione Europea che, come diceva oggi Z. Baumann su “Repubblica”, sta in una zona indistinta tra “loro”, i poteri globali, e “noi”, lo Stato-Nazione”.
Rapporti finanza e partito democratico, teorie complottista o triste realtà?
“Francamente non li vedo questi rapporti, comunque non come un problema. Sono altri i problemi”.
In un mondo dove la battaglia è stata vinta dal capitalismo finanziario, c’è ancora spazio di sovranità per gli Stati?
“Beh, di questo stiamo parlando, della politica. Keynes parlava della politica come della forza capace di opporsi ai meccanismi di dominio impersonale del capitale finanziario”.
L’Italia è condannata a convivere con l’immoralità politica o possiamo sperare in un miglioramento?
“L’immoralità politica esiste dovunque. Il problema è la misura di questa immoralità in Italia e che essa a volta dia l’impressione di pascolare indisturbata nel nostro Paese”.
Governo Renzi, ennesimo proclama di “si cambia tutto per non cambiare niente”, o veramente c’è da sperare?
“Dobbiamo sperare”.
Grillo frequentatore di ambasciate straniere, il mondo ci guarda con paura e sospetto o con interesse?
“Come sempre, con un misto di sospetto e interesse: questo dal Rinascimento in poi”.
Elezioni regionali in Sardegna: bassissimi livelli di partecipazione al voto e un neonato partito indipendentista che conquista una quota considerevole di voti; fino a che punto si potrà tenere con gli sbarramenti elettorali il revanscismo politico fuori dal sistema, vista anche l’esperienza di successo del movimento Le Pen in Francia?
“Non ho nessuna simpatia per il movimento di Michela Murgia, ma non mi pare sia assimilabile a Le Pen”.
Giunta Pigliaru: si riuscirà finalmente, in Sardegna, ad avere una politica di qualità capace di raggiungere i punti di programma o, per l’ennesima volta, c’è il rischio di rimanere impelagati nella palude dei compromessi partitici?
“Mi pare di vedere una certa mancanza di personalità complessiva della giunta, ed anche della maggioranza consiliare. Ma quella è la giunta che col nostro voto abbiamo contribuito a formare e quella giunta dobbiamo aiutare a realizzare se non tutti almeno qualche punto del programma: io mi accontenterei di una riforma, seria, della macchina regionale, in particolare della sanità”.


(Vulcano n° 79)

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