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Santa Vitalia a Villasor

12 chiesa santa vitalia - villasor
12 santa vitalia - villasor
La Santa e la Chiesa tra storia e tradizione. • di LUIGI PALMAS

 

Il secondo lunedì di ottobre, tutti gli anni, a Villasor si festeggia Santa Vitalia. Questa festa, che dura, per tradizione, tra manifestazioni religiose e civili, quattro giorni, è considerata la più importante dell’anno, più importante di quella di S. Isidoro, patrono degli agricoltori, S. Antioco e S. Biagio, patrono del paese.

Molti fedeli, anche non locali provenienti da molte parti della Sardegna, si raccolgono per onorare la Santa e fare festa. In passato, in questa occasione, si teneva un'importante fiera, alla quale partecipavano produttori e commercianti di tutta la zona per la compravendita di bestiame. Il culto a Villasor, forse dopo Serrenti, per Santa Vitalia, giovane sarda martirizzata, santa però non riconosciuta dalla Chiesa Universale, secondo le ricostruzioni storiche nell’anno 120, si pensa che esista e che sia stato tramandato da alcuni secoli. Il vero culto religioso si manifesta in particolar modo dopo lo storico rinvenimento delle reliquie nella Basilica di San Saturnino a Cagliari nel 1614, su richiesta dell’allora arcivescovo cagliaritano Monsignor Francesco d’Esquivel, il quale, dopo l’esempio dell’Arcivescovo di Sassari, nel 1614 da incarico di ritrovare le reliquie dei santi nella Basilica paleocristiana di San Saturnino e nelle zona circostante la chiesa di San Lucifero. Alla presenza del Vicario Generale della diocesi, Monsignor Sebastiano Carta, furono trovati due loculi o piccoli sarcofagi, uno con una epigrafe di tarda epoca latina: “Ic Iacet Benem Morie Bitalea…” cioè: “Qui giace la di buona memoria Vitalia”; l’altro reca l’iscrizione “Hic Requievet B. M. Lucifera”: “Qui riposa la B.M. Lucifera”, un’altra martire sarda. Da queste due frasi i glottologi e gli studiosi hanno potuto capire che entrambi i resti appartenevano a giovani donne, martirizzate nell’anno 120 il 14 novembre (sub die XVII Calendas Decembres), al tempo dell’imperatore Adriano. Nei loculi delle due compagne di pena, le scritte “Benem Morie” e B.M dicono che erano vergini e martiri.

I primi cristiani custodivano in luoghi sicuri i corpi dei martiri. Quando cessarono le persecuzioni, con l’imperatore Costantino, nel 313 il Vescovo di Cagliari, Claudio, fece collocare le spoglie delle due martiri nella Basilica di S. Saturnino in due loculi. In questo luogo furono tenute nascoste per secoli per essere preservate da profanazioni di invasioni barbariche. Del ritrovamento dei corpi esistono testimonianze oculari descritte e relazioni manoscritte conservate presso l’archivio arcivescovile di Cagliari: “Autos originales sobre l’invencion de las reliquias des santos…”. L’ Arcivescovo Desquivel fece costruire nella roccia sotto il presbitero della Cattedrale una cripta con tre cappelle arrichite di marmi e di tante simmetriche nicchie nella volta tra 584 rosoni in fondo dorato scolpiti nella roccia e fece collocare le reliquie dei rispettivi santi con, al di fuori, un’effige in rilievo col nome e la qualità del martirio, secondo lo storico G. Spano in “Guida della città di Cagliari”. Il 22 marzo1726 le reliquie di Santa Vitalia furono trasferite dalla chiesa di San Lucifero, dove erano conservate, e trovarono sistemazione in una nicchia della cappella centrale del Santuario. La santa è raffigurata in un bassorilievo, trafitta da una spada.

Il culto di Santa Vitalia a Villasor era diffuso prima del ritrovamento delle reliquie. Gli studiosi ne hanno avuto prova nella ricerca nei “cinque libri” presso l’archivio arcivescovile di Cagliari, dove è registrato un battesimo di una neonata che porta appunto il nome di Vitalia. I frati cappuccini, presenti nel convento di Villasor dal XV sec., portarono il culto e i festeggiamenti religiosi in onore della santa. La Sardegna, nel frattempo, conquistata prima dagli spagnoli e poi dagli austriaci, nel 1720 passa ai piemontesi. Nel 1866 vengono soppressi gli ordini religiosi e i conventi, vengono confiscati i beni della Chiesa e anche i cappuccini di Villasor sono costretti ad abbandonare il loro convento, anche con la decisione dell’amministrazione comunale. La popolazione di Villasor mal sopporta l’intromissione del Comune, che, col suo Sindaco, non permette di svolgere i festeggiamenti in onore di Santa Vitalia. In questo difficile contesto, nel 1875, le ricche famiglie di Efisio Medda e di Maria Rosa Pintus, sostenuti dal parroco don Efisio Matta, fanno richiesta all’arcivescovo di Cagliari, Giovanni Balme, di costruire a proprie spese, in un loro terreno di campagna non troppo distante dal paese, una chiesa in onore di santa Vitalia. Il 25 febbraio 1876 arrivò l’autorizzazione desiderata e fu costruita una chiesa piccola e accogliente.

Essa venne interdetta al culto il 2 giugno1888 dall’ arcivescovo di Cagliari a causa delle discordie riguardanti le sue precarie condizioni tra gli eredi di M.Rosa Pintus e il nuovo parroco don Francesco Antonio Dessy. Della vecchia chiesa non si sa quasi più niente, tranne che sorgeva non molto distante da quella attuale. L’anno seguente, in concomitanza con l’annuale festa si costituì un comitato per la sua ristrutturazione.

Nel 1893, un ricco possidente, probabilmente Nicolò Zedda, donò un pezzo di terreno, senza alcun vincolo in modo che non si ripetessero gli impedimenti precedenti, non lontano dal luogo ove anticamente sorgeva un’altra chiesa, per la costruzione della nuova che venne portata a termine grazie alle donazioni della popolazione. Il 30 settembre 1894, l’arcivescovo Paolo Maria Serci venne a Villasor per benedire la nuova chiesa, poi catalogata come sussidiaria, i cui lavori probabilmente terminarono nel 1895, come testimoniato dall'inventario fatto compilare dal vescovo nel 1902.

Per la costruzione dell'edificio furono utilizzati materiali provenienti dalla vecchia chiesa, ormai distrutta, e dall'antica chiesa di Santa Sofia, come due pezzi di colonna collocati nel muro e sotto il tabernacolo e l'architrave, attualmente utilizzato come altare maggiore.

L’edificio sorge non lontano dal centro abitato, ha la facciata rivolta quasi verso il paese e nel costruirla è stato preso ad esempio la facciata parrocchiale che si presenta a capanna con culminante campanile a vela due luci. L'edificio risulta preceduto da un loggiato che corre anche lungo i suoi fianchi. La parte superiore, timpanata, ingloba centralmente una cornice lunettata in asse con la sottostante finestra e il ligneo portale. L'interno presenta una pianta ad aula unica spartita in campate da archi a tutto sesto. I pilastri e gli archi a tutto sesto sono realizzati con mattoni pieni e pietre squadrate, le mura sono spesse oltre 80 cm. D’interesse storico-archeologico si nota un blocco marmoreo, inserito alla base della struttura muraria visibile sul prospetto sinistro della chiesa che riporta una iscrizione epigrafica in latino.

Nel 1930 fu costruito il loggiato laterale sinistro. La chiesa ha una sola navata e una piccola cappella. L’aula è scandita da pilastri su cui poggiano le ampie arcate a tutto sesto. Al centro del presbiterio pende la copia di un Crocifisso di San Damiano. La mensa è un grosso blocco di pietra, con sopra un tavolo di legno, che poggia su un “cuore” di macina sarda. La copertura è lignea. L'edificio è stato oggetto, negli anni ottanta, di intensi lavori di restauro, durante i quali è stata messa in luce una pietra squadrata, sita all'esterno in basso sulla sinistra, sulla quale sono riportate delle scritte di cui purtroppo non si conosce il significato. Nel 2010 la Chiesa ha subito un importante intervento di restauro.

 

(Vulcano n° 80)

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