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Compleanni Musicali: “In The Court of The Crimson King” King Krimson (E. G. Records / Polydor, 1969)

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Battesimo sul finire dei Sessanta per gli inglesi King Crimson e il rock «progressive». In questo primo eccelso lavoro la band londinese seppe tessere un sound vincente senza cadere nella retorica più classica. A quarantacinque anni (!) dalla pubblicazione “In The Court..” è il trionfo di una certa nostalgia melodico-romantica benché il leader del gruppo, Robert Fripp, di grandi dischi ne realizzerà molti altri. • di TONINO USCIDDA

 

Sebbene siano usciti 13 album in studio di questo gruppo (25 i live), non ne esistono nemmeno due registrati con la medesima formazione e l’unico membro presente dall’inizio alla fine (è del settembre del 1975 il primo scioglimento dei ‘Re Cremisi’) è il chitarrista mancino - nonché tastierista di mellotron - Robert Fripp (n.1946). La formazione iniziale comprendeva oltre a Fripp il bassista e cantante Greg Lake (passato durante le registrazioni del secondo album al trio Emerson Lake & Palmer), il batterista Michael Giles, il tastierista Ian Mc Donald. Invece il paroliere principe della band, Pete Sinfield, era addetto a diverse altre mansioni come quelle di tecnico delle luci, roadie ed effetti sonori. A quest’ultimo si deve anche il nome King Krimson.
Emulazione. Il disco d’esordioIn The Court of The Crimson King – un capolavoro su cinque tracce di purezza espressiva -ha reso responsabili Fripp e soci della grande ondata di romanticismo che avrebbe invaso la scena inglese di lì a poco: Genesis, Gentle Giant e Van Der Graaf Generator furono tre tra i più famosi rappresentanti di questo genere raffinato (un sound comprendente anche effetti orchestrali proposti artificialmente con l’uso del mellotron al fine, soprattutto, di suscitare grandi emozioni nell’animo dell’ascoltatore) che tanta parte ha avuto nella musica europea durante la prima metà degli anni Settanta e alla quale praticamente tutti i gruppi «progressive» italiani dell’epoca  si sono più che ispirati (ad esempio, il Banco, la PFM ecc...)
La fama dei King Crimson era già notevole – specie nell’ambiente underground della Capitale britannica - prima ancora che si esibissero per la prima volta, sbalordendo l’uditorio, al London Speakeasy il 19 aprile 1969 e prima ancora che questo long playing d’esordio fosse pubblicato. E non bisogna dimenticare che “l’esibizione spalla” ad Hyde Park del 5 luglio dello stesso anno (sul palco in attesa dei Rolling Stones che avevano organizzato un concerto-spettacolo, alla presenza di oltre 200.000 persone, in memoria del chitarrista Brian Jones) aumentò ulteriormente la loro popolarità. Quando In The Court of The Crimson King uscì (il 10 ottobre), l’accoglienza del pubblico e della critica fu unanimemente entusiasta. Considerato un classico innovativo già ai suoi tempi – Pete Townshend, funambolico chitarrista degli Who, dichiarò alla stampa che si trattava di un impeccabile capolavoro – innalzò sulla vetta della notoriètà i Crimson sia in Inghilterra che negli Stati Uniti.
Album musicalmente vario. E pericolosamente futuribile vien da dire: come in «21st Century Schizoid Man», energico brano di apertura (6’52’’min.) - nonché cavallo di battaglia dell’intera carriera del gruppo - nel quale si concretizza la violenza verbale e le intuizioni nei testi complessi del paroliere Sinfield. Invece le visioni di roghi di uomini politici (!) e di bombe al napalm rimandano - nelle parole intensamente struggenti, disperate, accompagnate dal “lieve”crescendo ritmico di «Epitaph» (8’30’’) - alla problematica ricerca di responsabilità che esprime, a forti tinte, il senso di distruzione (e frustrazione) così amaramente presentito dal duo Fripp-Sinfield.
In The Court of The Crimson King è pertanto un album colmo di simboli, allegorie, e aria che rimanda magicamente a tempi lontani. In questo entusiasmante lavoro non c’è – a detta di Fripp -, né ci sarà mai, la presenza della droga (…) E ancora: «Siamo stati il primo gruppo ad articolare deliberatamente la possibilità di usare la testa nel Rock’ n’ Roll..».
Il grande merito dei musicisti. Fu quello di operare una sintesi inedita tra elementi che fino ad allora erano ritenuti “incompatibili” tra loro come il pop, il jazz e la musica classica: non disdegnando di attingere a piene mani al patrimonio del blues e a quello del folk. Fripp e Giles provenivano da un trio di chiara ispirazione pop, pur non avendo mai nascosto le inclinazioni verso il jazz.  Ian Mc Donald – sull’esempio di Keith Emerson già molto popolare con i Nice – aveva sviluppato uno stile che fondeva l’elemento classico con il rock. Pete Sinfiled da roadie tuttofare avrebbe elaborato uno stile compositivo tra il rock romantico e lo psichedelico (copiato senza ritegno da centinaia di futuri autori). Greg Lake, bassista eclettico e al tempo strumentista alquanto sottovalutato, con il suo modo di suonare compatto e con la sua strana voce di stampo coristico riusciva a coagulare attorno a sé quest’insieme di tendenze assumendo l’ambigua posizione di punto focale della band.
Atto finale. E’difficile dire come avrebbero potuto evolversi i King Crimson nel proseguo dei Settanta e Ottanta se avessero mantenuto intatta la formazione originale, tanto più che le strade intraprese successivamente da ognuno di loro sono state così diverse. Ma è un fatto che l’intelligente e riservato Robert Fripp - prima della “dissoluzione finale” avvenuta nel 1975 - ha assicurato alla storia almeno altri tre dischi eccellenti: Lizard (70’), Lark’s Tongues In Aspic (73’) e Red (74’). Nessuno di questi, però, poteva avere il sapore della novità così intenso di In The Court of The Crimson King.


(Vulcano n° 79)

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