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Il tempo, la morte e la memoria

26 sophie nlisse e geoffrey rush in una significativa scena del film
• di GIANCARLO PILLITTU


Può essere divertente, oltre che istruttivo, giocare ad interpretare una storia sentita, letta o vista al cinema o a teatro sulla base di concetti ricavati dalla storia del pensiero filosofico. Ci viene in mente, a questo proposito, un film che, pur non essendo esplicitamente “filosofico”, affronta il tema fondamentale dell’esistenza umana da un ipotetico punto di vista trascendente, che potrebbe per certi versi coincidere con quello della filosofia.
Il film in questione è “Storia di una ladra di libri” (2013) del regista Brian Percival, tratto dall’omonimo libro di Marcus Susak. Nel film si descrive la condizione umana in uno scenario particolarmente drammatico, quello della seconda guerra mondiale e dell’antisemitismo che pervade la Germania nazista. Ma all’interno di questa macro-cornice, si inserisce il contesto più limitato di un piccolo quartiere, una via per la precisione, in cui si possono osservare le vicende quotidiane, a metà strada tra l’ordinario e lo straordinario, dati i tempi tragici che vengono raccontati, di normalissimi esseri umani, con le loro cattiverie, bassezze, prepotenze o, al contrario, con le loro più o meno esplicite manifestazioni di generosità, solidarietà, bontà, amore. Ma ciò che colpisce, è il punto di vista privilegiato sull’umanità: lo sguardo sub specie aeternitatis, come avrebbe detto Spinoza, della Morte.
Tale sguardo è disincantato, distaccato, indifferente, perché bene o male le vicende umane sembrerebbero leggibili sempre alla luce della logica dell’utilità, più o meno grande, che si può ricavare dalle azioni che si compiono. Ma, talvolta, tale atteggiamento di distacco viene interrotto da una inaspettata curiosità: qualcuno si comporta secondo una logica incomprensibile, inafferrabile: compie gesti o atti rischiosi, privi di profitto, evidentemente o apparentemente in perdita. La Morte, fra le altre cose, è in grado di valutare, o meglio di percepire, al momento del trapasso, il peso delle anime: leggere quelle dei buoni (ma la bontà è una categoria morale, cioè umana, e dunque estranea all’ottica sovrannaturale), pesanti quelle dei cattivi.
La protagonista, una silenziosa ragazzina “abbandonata” dalla madre comunista per ragioni politiche, pur essendo inizialmente analfabeta, comincia da subito il suo percorso di “ladra di libri”. Liesel è affascinata dai libri così come il Destino (o la Morte) è affascinato dalla piccola e dalla sua inspiegabile passione per questi strani oggetti umani, “troppo umani” (per ricordare Nietzsche).
Appresa con fatica e impegno la lettura, grazie anche all’amorevole aiuto di Max (suo padre adottivo), troverà nei libri una terapia contro il presente avverso. I libri sono la memoria dell’umanità, e la memoria è “lo scriba dell’anima”, secondo la concezione aristotelica che ha il sapore della rivelazione, quando sgorga dalla bocca del suo giovane amico ebreo, che trova protezione presso la casa dei suoi genitori adottivi. I libri, le storie, la memoria irrompono nella linearità del tempo storico per istituire un tempo circolare, che favorisce la meditazione e la valorizzazione dell’attimo presente. Tale motivo nietzscheano fa della ragazza una rappresentante eccezionale dell’oltreumanismo e della volontà di potenza umana che si oppone ad una volontà di potenza disumana, antidemocratica, antiegualitaria, autoritaria e portatrice di terrore.
La memoria è una sorta di antidoto contro la morte. La morte non può nulla contro la memoria umana. Forse è addirittura incapace di comprenderla. In questo senso, il furto di libri è un furto di tempo, un tempo salvato dalla memoria, un tempo indefinitamente percorribile, perché la memoria lo rende circolare (si pensi alla dottrina nietzscheana dell’eterno ritorno dell’uguale) e in grado di proteggere dall’inesorabile e irreversibile tempo lineare della storia, con le sue immani tragedie.
La Morte si inscrive nella storia e resta a guardare dal di fuori il tempo che si fa memoria e circolo. Resta a guardare affascinata, con in mano la falce, alla quale è sfuggito qualcosa di troppo leggero e imponderabile, l’anima umana, che si eternizza seguendo il filo di una narrazione senza fine, destinata a ripetersi infinite volte.


(Vulcano n° 79)

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