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Quale futuro per la nostra terra? • di ANTONELLO SECCI

 

Nella Conferenza dell’Onu a Roma del 1996 fu deciso di dimezzare gli affamati nel mondo entro il 2015. Il Rapporto 2009 della Fao sullo Stato di sicurezza alimentare nel mondo dichiarava che per ridurre gli affamati da 824 milioni a 412 milioni, ogni anno il numero di condannati alla fame sarebbe dovuto diminuire mediamente di 31 milioni. La situazione attuale vede invece una crescita esponenziale degli affamati con una media annuale di 12 milioni all’anno: oggi nella nostra terra abbiamo, purtroppo, 1 miliardo di affamati.
Al di là delle politiche alimentari verso il cosiddetto Terzo Mondo da parte delle grandi potenze industriali, mirate soprattutto al prosciugamento delle risorse (materie prime), siamo di fronte al paradosso, visti i lauti guadagni previsti dalle attuali normative energetiche, di una conversione di territorio agricolo a fine alimentare in territorio agricolo a fine energetico. Queste considerazioni sono condivise dall'Unione Europea che, soprattutto finanziando ricerca e sviluppo, tende a favorire la diffusione delle colture non alimentari. Dal 1982 al 2002 gli stanziamenti per lo sviluppo del settore hanno superato 50 milioni di Euro (Karus e Kaup, 2003). Nei più ottimistici scenari proposti (non da tutti condivisi) sono previsti fino a 40 milioni di ettari destinati nel 2020 alle colture non alimentari, comprese quelle per energia.
Il nostro Paese non è più autosufficiente nella produzione di alimenti a causa di una profonda crisi nel settore agricolo. Oggi importiamo l’80 % dell’ortofrutta da paesi come la Spagna e il Marocco. Negli anni ’30, per 40 milioni di abitanti, esistevano 28,5 milioni di ettari di superficie agraria e forestale, pari a circa il 94,6% del territorio nazionale, ovvero 0,71 ettari a testa; oggi, per 60 milioni di abitanti, abbiamo circa 13 milioni diettari disuperficie agrariae forestale utilizzata, pari a circa il 43,4 del territorio nazionale, ovvero 0,24 ettari a testa. In questo contesto, la Sardegna, che ha una storica vocazione agricola nelle aree pianeggianti e collinari, ha visto aumentare la superficie agricola (SAU) che però è oggi ormai in buona parte desertificata o abbandonata. Il comparto agricolo risente infatti della profonda crisi che ha investito tutti i settori dell’economia isolana. Negli ultimi 10 anni il 40% delle aziende agricole isolane è scomparso.  E’ ormai sotto gli occhi di tutti il fallimento della politica industriale in Sardegna che in poco più di 50 anni ha fatto della nostra isola la regione più inquinata d’Italia. Inquinamento industriale che si è trascinato appresso migliaia di morti per tumori e altre gravi patologie. Non si vuole negare l’opportunità offerta dalle fonti rinnovabili, ma esse vanno inquadrate in piccoli impianti a dimensione di azienda o di comuni consorziati. Vanno combattuti i mega-impianti gestiti da imprenditori, quasi sempre non sardi, che hanno come unico scopo il loro profitto, non certo il nostro benessere. Dobbiamo decisamente puntare soprattutto sulle peculiarità che il territorio isolano offre: la nostra storia millenaria, il nostro ambiente naturale (fatto non di solo mare ma anche degli straordinari paesaggi campestri), la nostra cultura, le nostre tradizioni agro-alimentari. Il futuro inizia già da oggi puntando sull’incentivazione e sostegno delle politiche regionali al comparto agroalimentare, grazie ai programmi del Piano Operativo Regionale e ai fondi del bilancio regionale. E’ necessaria un’’inversione di tendenza, già in atto e rilanciata dai paesi più industrializzati. E’ quello che è emerso nell’Assemblea generale dell’Organizzazione Mondiale degli Agricoltori (OMA) svoltasi recentemente a Buenos Aires. Il governo giapponese, ad esempio, ha puntato sui disoccupati per risollevare il comparto agricoli. Il presidente portoghese ha spronato i giovani a puntare sull’agricoltura per evitare l’emigrazione. Negli Stati Uniti gli agricoltori giovani dai 25 ai 35 anni sono aumentati del 2% per la prima volta nella storia recente. Barak Obama ha firmato un programma di sostegno quinquennale al settore agricolo con un investimento pari a 956 miliardi di dollari. Dopo la crisi finanziaria che ha messo in ginocchio le economie più sviluppate, si punta decisamente verso l’economia reale basata soprattutto sulle produzioni agroalimentari. Se l’Italia ottiene il primato in Europa di iscrizioni alle facoltà di scienze agrarie forestali e alimentari e sono in aumento le aziende i cui titolari d’impresa hanno meno di 35 anni, in Sardegna sembra che si vada in controtendenza.
La terra viene barattata a poco prezzo per favorire mega-impianti da FER (= Fonti Energetiche Rinnovabili) da guinness dei primati: I progetti legati soprattutto allo sfruttamento delle energie rinnovabili in Sardegna sono aumentati in questi ultimi anni in modo esponenziale, senza che le popolazioni fossero informate adeguatamente. Le società coinvolte nei progetti hanno minimizzato gli impatti sul territorio ma, basta semplicemente esaminare i documenti ufficiali per capire che siamo di fronte a veri e propri progetti di occupazione forzata del territorio in quanto, trattandosi di progetti di pubblica utilità, i terreni possono essere tranquillamente espropriati, volenti o nolenti, sulla base del Dlgs 387/03 e del DPR 327/01. Nel solo periodo 2006-2010 si è registrato in Sardegna un progressivo incremento della quota annua di energia destinata all’export dagli ~824 GWh del 2006 ai ~1.020 GWh del 2010. Il confronto evidenzia come a fronte di una produzione destinata al consumo pressoché costante, l'energia richiesta per la domanda interna ha subito una flessione con la conseguenza che il supero di produzione ha contribuito ad alimentare una crescente esportazione (picco nel 2012: 2281 GWh). Nel periodo 2001 – 2011, inoltre, si è verificata una drastica diminuzione dei consumi energia termica (GPL/Gasolio) di circa il 52% legato principalmente alle difficoltà economiche delle famiglie sarde (FONTE: TERNA  2012). La Regione Sardegna si era posta come obiettivo strategico del piano energetico regionale (PEARS) il raggiungimento della quota del 17,8% (sul totale di energia prodotta) di produzione da FER al 2020, obiettivo che risulta già superato nel corso del 2012. Altro aspetto del piano riguarda il raggiungimento della quota del 22% della domanda elettrica interna da FER, obiettivo anch’esso praticamente raggiunto.  Non abbiamo quindi questa assoluta necessità di ulteriore produzione di energia. Eppure una miriade di progetti sono già in attività e altrettanti sono in via di definizione presso l’Assessorato Industria RAS, tutti di matrice e profitti esterni alla nostra isola.  Prendiamo come primo esempio la Graziella Green Power (GGP) società aretina (primo operatore privato in Italia sul fotovoltaico) che sta investendo 15 milioni di euro sull’eolico in Sardegna e Calabria grazie ad un accordo commerciale con la irlandese C&F Green Energy. La GPP in Sardegna ha già realizzato il più grande parco eolico d’Italia fra Buddusò e Alà dei Sardi (138 MW). Recentemente ha inaugurato ad Ottana su un’area di 45 ha un parco fotovoltaico fra i più grandi d’Europa con 103.240 pannelli solari installati: ricadute occupazionali? Si contano sulle dita di una mano! Attenzione quindi ai bluff dei posti di lavoro come i 5000 posti potenziali (sic!) sbandierati dal Gruppo Angelantoni con un miliardo di euro di investimento (sic!) per il megaprogetto delle 4 centrali termodinamiche in Sardegna di cui parleremo diffusamente più avanti.
Pensiamo al progetto MATRICA di Porto Torres (Chimica verde). Se esaminiamo il legame con la filiera agricola-industriale locale ci rendiamo conto che per rendere il progetto fattibile sono necessari enormi estensioni di terreno per la produzione del mais ( 8-10 mila ettari) e del cardo (230 mila ettari) destinati per lungo tempo a monocoltura col dubbio che possano essere impiegati in maniera estensiva OGM, fertilizzanti chimici, pesticidi etc, essendo prodotti non destinati all’alimentazione umana, con aggravamento del problema dell’inquinamento in un ambiente già fortemente compromesso. Nello studio d’impatto ambientale del progetto, propedeutico alla VIA si dichiara l’utilizzo di 250 mila t di biomassa erbacea/legnosa utilizzata. Ma considerando il ridotto potere calorifero (classificato come medio = paglia di cardo 10% umidità; cippato 40% umidità, misto 25% umidità) della biomassa, esperti in discipline agrarie avanzano l’ipotesi che sia necessaria una produzione di 5-600 mila t/a da cultura a cardo (Cynara cardunculus var Altilis) per alimentare le due centrali da 135 MWt e 43,5 MWe. Questo discorso vale anche per i piccoli impianti a biomasse sotto 1 MWe che stanno nascendo come funghi in Sardegna. Già il fatto che si realizzino impianti sotto 1 MW permette di aggirare di fatto la procedura di Valutazione d’Impatto Ambientale. Ognuno di questi impianti necessita di 300 ha di terreni agricoli, in genere piantati a mais, che poi diventano 900 se si effettua la normale rotazione agraria. L’investimento viene ammortizzato in 3-4 anni, dopodiché per almeno altri 15-16 anni usufruiscono di incentivi pari a circa 1 milione di euro/a, incentivi che paghiamo noi con le nostre bollette energetiche. Pensiamo ai 17 progetti di ricerca geotermica e di idrocarburi che coprono migliaia di kmq della nostra isola. Anche qui promesse di posti di lavoro per le centrali geotermiche, ma basta andare a vedere il sito della Geoenergy srl (interessata a diversi progetti in Sardegna) per constatare che nelle 9 centrali geotermiche gestite da questa società in Toscana ci lavorano… 5 addetti.  Per non parlare dei rischi per la salute, negati o sottovalutati dalle società proponenti. Basta collegarsi col sito online dell’ARPA Toscanache oltre a confermare la presenza nelle centrali toscane di elementi inquinanti come Idrogeno solforato, mercurio e Arsenico ricorda che ne esistono altri non normati dalla legislazione vigente (Selenio, Antimonio, Ammoniaca, Metano, Monossido di carbonio). L’ARPAT ammette anche che non esiste una tecnica normata e pienamente affidabile per l’effettuazione dei campionamenti che sarebbero necessari per scongiurare pericoli per la salute.
La potenza del fotovoltaico ed eolico oggi installate in Sardegna (fotovoltaico (400 MW) ed eolico (1000 MW) è superiore al fabbisogno interno (1300 MW).  Per l’eolico già nel 2010 la Sardegna produceva oltre l’11% dell’intero comparto nazionale, dato oggi superato ampiamente. Perché allora continuare costruire pale eoliche e megaimpianti fotovoltaici da guinness dei primati? Tutto è legato al profitto garantito per 20 anni a questo tipo di impianti. Pensiamo all’Impianto termodinamico di 50 MWe su 160 ha di terreni agricoli noto come Campu Giavesu previsto fra Cossoine /Giave, con consumo di 450 mila mc H2O, gestito dalla ENERGOGREEN (in attesa di procedura VIA) che è poi una delle quattro centrali solari termodinamiche a concentrazione del megaprogetto Archimede Solar Energy del Gruppo Angelantoni e del partner giapponese Chiyoda Corporation. Le altre sono Flumini Mannu fra Villasor e Decimoputzu (55 MWe di potenza su 237 ha), Giave/Bonorva (50 MWe su 235 ha) e Gonnosfanadiga (50 MWe su 211 ha) con una produzione elettrica ad impianto pari a circa 200 GWh/a. Se ci aggiungiamo il progetto termodinamico di Vallermosa, grazie al sacrificio di 1000 ha di terreni agricoli avremo una produzione elettrica pari a circa 1000 GWh/a, poco meno della quantità di energia che già esportiamo ogni anno fuori dall’isola senza avere benefici diretti, giacché sappiamo dove vanno a finire i profitti. Dura la battaglia del Comitato S’Arrieddu contro l’impianto da 84 MW nell’oristanese di cui 27MW nel territorio di Narbolia (S’Arrieddu), con consumo di 64 Ha a vocazione agricola, posizionamento di 107 mila pannelli ,1614 serre da 200mq cad. che garantirà un incentivo di 7 milioni/a più 3 milioni/a x vendita energia a ENEL (IV conto energia x 20 anni). Per non parlare di Villasor dove è stato inaugurato un impianto di 20 MW su una superficie di 26 ha con 134 serre dove non ci lavora neanche un operaio locale, o del recentissimo impianto fotovoltaico “Ottana” fra i più grandi d’Europa, dove gli operatori si contano sulle dita di una mano.
Con legge 20 febbraio 2014, n.9, gli incentivi sono stati rimodulati per pesare meno sulle tariffe elettriche: gli operatori possono continuare ad usufruire degli incentivi per il periodo residuo (in tal caso non potranno usufruire di altre agevolazioni per 10 anni) o scegliere incentivo più basso prolungato di 7 anni rispetto alla scadenza iniziale prevista. Ma questi provvedimenti tampone scalfiranno minimamente i lauti profitti della cosiddetta lobby energetica che conta forti sostegni in Parlamento e nelle sedi di numerosi consigli regionali.
Solo attraverso una radicale modifica delle politiche energetiche regionali e nazionali sarà possibile eliminare questo scempio che sta deturpando i nostri straordinari paesaggi. E’ lecito pretendere che vengano incentivati e sostenuti solamente i progetti di mini impianti a misura d’azienda, famiglie o piccole comunità consorziate, con ricadute economiche sul territorio. E’ quello che sta facendo ad esempio il sindaco di Borutta con un mini impianto eolico sufficiente a garantire il fabbisogno energetico locale, per di più con benefici economici ricadenti esclusivamente su quella comunità.
E’ ora di dire basta al colonialismo energetico. Diciamo no ad una politica fatta di clientelismo e che porta al prosciugamento delle nostre risorse e alla rapina del territorio. Difendiamo la nostra terra che ci è stata consegnata ancora intatta dai nostri padri e che noi invece cerchiamo ostinatamente di consumare per poi lasciarla, non più nostra, ai nostri figli, non più protagonisti del proprio futuro ma spettatori passivi. Puntiamo a creare e consolidare nuove nicchie dei nostri prodotti DOP agroalimentari nei mercati nazionali e internazionali. Valorizziamo e facciamo conoscere i nostri marchi di qualità in un mondo ormai globalizzato, dove chi non è competitivo è destinato al fallimento. Da qui dobbiamo ripartire per garantire un futuro alle generazioni che verranno, che hanno diritto di essere artefici del proprio destino.


(Vulcano n° 79)

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