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Intervista a Matteo Sedda, ex combattente di Villaspeciosa

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21 matteo sedda aprile 1943
Incontro con l'ex combattente di Villaspeciosa che partì soldato alla viglia dell'Armistizio e combatté al fianco degli Alleati per liberare l'Italia dal Nazifascismo. • di GIULIANA MALLEI


L'inesorabile e silenzioso scorrere del tempo relega i ricordi nei meandri più nascosti della nostra mente. Fatti, persone e situazioni assumono un aspetto sbiadito e confuso, chi però li ha vissuti in prima persona, convive col ricordo che, nonostante gli anni, rimane
E' questa la sensazione che si prova nell'incontrare un ex combattente di Villaspeciosa, il signor Sedda Matteo. Nato il 6 novembre 1924 (presto festeggerà il suo novantesimo compleanno), è uno degli ultimi soldati italiani ad aver combattuto durante la seconda Guerra Mondiale per la liberazione della Patria dal Nazifascismo.
Nonostante il sig. Sedda non abbia una laurea o un titolo di studio, la Natura lo ha dotato di grande buon senso. Fortemente rispettoso delle regole del vivere civile ha, per diversi anni e a più riprese, ricoperto l'incarico di Consigliere Comunale dimostrandosi sempre  educato, rispettoso e onesto, senza mai trasgredire nessuna norma sancita dalla Legge. Totalmente a disposizione della Comunità, senza chiedere privilegi o sconti per la carica ricoperta, un esempio per tutti i cittadini, sia di oggi che di domani.
Come è stata la sua giovinezza?
Appartengo ad una famiglia povera e, stranamente, poco numerosa. Mio padre faceva il pastore e mia madre era casalinga. Io ero il secondo di due figli, avevo una sorella maggiore: Lucia.
Iniziai a lavorare sin da ragazzino per i proprietari terrieri di Villaspeciosa, prima da Cirillo Podda, poi andai ad Elmas da Luigino Suella e infine tornai a Villaspeciosa da Silvio Podda. Proprio nel periodo in cui lavoravo da quest'ultimo fui chiamato per la visita di leva a Decimomannu e dovetti fare il Paramilitare.
In cosa consisteva?
Ogni sabato pomeriggio dovevo andare, assieme ad altri giovani della mia età, a Decimoputzu dove seguivamo un corso di addestramento militare, in modo da essere pronti a partire per le zone di guerra quando fosse arrivata la chiamata alle armi.
Questa chiamata quando giunse?
Ricevetti la chiamata nei primi giorni di aprile del 1943, partii il 6 assieme ad Eugenio Podda. In realtà sarei dovuto partire il 7, ma poiché il 6 partiva Eugenio, suo padre (che era il Podestà e io ero un suo dipendente) decise di farci partire assieme. Con la carrozza andammo a Dolianova, dove prendemmo il treno per Lanusei per raggiungere il Distretto Militare di Cagliari che era stato trasferito lì. Da Lanusei ci mandarono a Tempio dove restammo 3 mesi. Io fui destinato alla I Compagnia, Eugenio Podda invece alla Compagnia Mortai, 59° Reggimento Fanteria.
Cosa ricorda di quel periodo a Tempio?
Dovevano addestrarci per la guerra e allo stesso tempo educarci all'obbedienza cieca. Avvenne un fatto terribile che ci angosciò profondamente. Eravamo a Tempio da poche settimane quando ricevemmo l'ordine di riunirci tutti in località Pischinaccia, nel campo per i tiri, per assistere ad un processo contro un Caporal Maggiore. Per l'occasione arrivarono soldati da tutte le caserme del nord Sardegna, ebbi modo così di incontrare il mio compaesano Antonio Firinu che era di stanza in una caserma di Sassari.
Di cosa era accusato il Caporal Maggiore sotto processo?
Pare che qualche tempo prima avesse chiesto una licenza, era continentale ma non ricordo di dove (forse era veneto), per andare da sua madre che era gravemente malata. La licenza gli fu negata. Il Caporale non si arrese e si presentò dall'ufficiale medico per marcare visita. L'ufficiale non riscontrò nessuna malattia e gli negò il congedo per malattia. A quel punto, preso dalla rabbia e dalla disperazione, il Caporal Maggiore afferrò un fucile e sparò diversi colpi contro la tenda dell'infermeria. L'ufficiale medico rimase ferito e il Caporale fu arrestato.
Il processo che ne seguì fu affrettato e sommario, a nulla valse l'auto difesa dell'accusato, egli venne fucilato alle spalle sotto i nostri occhi. Rimanemmo agghiacciati e capimmo che quello era un avvertimento per tutti.
Una volta terminato l'addestramento a Tempio, quale fu la sua destinazione?
Fui destinato al 46° Reggimento Fanteria Divisione Sabauda, 1° Battaglione, Plotone Mitraglieri, fui mandato prima a Sinnai, poi a Soleminis e infine a Ussana.
Dove si trovava l'8 settembre?
Ero a Ussana. Ricordo che un Sergente iniziò a sparare in aria per festeggiare, a parer suo, la fine della guerra. Anche io mi unii alla sua gioia e sparai in aria. Poco dopo si udì la tromba che annunciava la ritirata, arrivarono le Ronde e toccarono le canne dei moschetti. Il Ten. Pagliola, il mio superiore, accortosi che la canna del mio moschetto era calda mi chiese perché avessi sparato, gli risposi che la guerra era finita, mi colpì con uno schiaffone e mi disse che la guerra stava iniziando in quel momento.
Cosa accadde nei giorni successivi?
Regnò un po' di confusione, non era chiaro cosa si dovesse fare, gli Americani non avevano dato istruzioni immediate. Da Ussana ci mandarono a Serramanna per 15 giorni poi a Cagliari. Ci sistemarono in un accampamento laddove oggi c'è l'ospedale Brotzu e restammo in attesa di essere imbarcati per Palermo.
Dopo alcuni giorni ricevemmo l'ordine di imbarco, salpammo con l'IncrociatoreRaimondo Montecuccoli.”
Quali furono le vostre mansioni in Sicilia?
Fummo sistemati in un accampamento americano nei pressi di Palermo e, in un primo tempo, venimmo inviati a far servizio di scorta ai treni che percorrevano la Sicilia. Successivamente fui indirizzato in località Figuzza,vicino a Corleone, a far servizio di guardia ad una polveriera. Un giorno incontrai Titino Suella, anche lui di Villaspeciosa, venne alla polveriera con un camion americano (lo guidava lui) per caricare esplosivo. La gioia di vedere un viso conosciuto fu enorme per entrambi e la sera decidemmo di festeggiare a Corleone. Andammo a bere qualcosa, ma non c'erano mezzi per tornare alla polveriera e rientrammo a piedi. La Sicilia era occupata dagli Alleati, ma non era pacificata. Infatti fummo vittime di un'imboscata tesaci da sconosciuti che ci spararono addosso, noi eravamo armati fino ai denti e rispondemmo al fuoco lanciando due bombe a mano. Facemmo l'ultimo tratto di strada di corsa, ma nessuno rispose alle esplosioni.
Avete avuto molto sangue freddo! Poi cosa avvenne?
Di lì a poco fummo trasferiti a Reggio Calabria, dove sorvegliammo una diga per circa un mese. Decisi però di fare domanda come volontario per le zone di guerra, era necessario dare una mano per liberarci definitivamente dei fascisti e mandar via dall'Italia i tedeschi. Fui così destinato alla Divisione Mantova e aggregato alle salmerie da combattimento.
Quale era il suo compito alle salmerie?
Le salmerie si trovavano nell'Appennino Tosco-Emiliano, vicino a Bologna, dovevo trasportare viveri e munizioni con i muli su per le montagne. Poco tempo dopo fui designato aiutante della guida a cavallo del Colonnello inglese che dirigeva le operazioni in quell'area.
Quindi si ritrovò sotto comando britannico?
Si, ma non solo io. Tutti gli italiani erano agli ordini degli inglesi. Infatti mi diedero la divisa inglese e anche le armi erano quelle inglesi. Il mio compito era quello di secondo attendente del Colonnello (c'era anche un attendente inglese), il quale era un uomo molto capace, intelligente e giusto. Non aveva paura di scendere da cavallo per guadare un fiume, né temeva il lavoro. Purtroppo non ricordo il suo nome.
Giunti in località Terra del Sole, tra Forlì e Predappio, il Colonnello ricevette l'ordine dall'Alto Comando di partire per il Giappone, per studiare il territorio e pianificare un attacco di terra nell'Impero Nipponico, sarebbe tornato a prenderci per guidarci fino là. Non tornò perché gli Alleati cambiarono strategia, decidendo di sganciare la bomba atomica.
Come trascorse l'ultimo periodo?
Continuai a prendermi cura dei cavalli del Colonnello inglese ancora per un po', poi fui aggregato al corpo dei Pionieri e con loro fui inviato nella zona di Cesena a smantellare tubature alleate per il trasporto della benzina. Da lì fui destinato successivamente al 40° Artiglieria e andai a Napoli, dove rimasi per un mese in attesa di imbarco per la Sardegna. Era il dicembre 1945, facevo rientro a casa per la prima volta dopo due anni e otto mesi. Si trattava però di soli 15 giorni, al termine dei quali dovetti rientrare in caserma a Sassari. Il 18 Gennaio del 1946 fui mandato in congedo assoluto e prosciolto dal servizio.
Come è stato il ritorno alla vita quotidiana?
Molto lentamente ripresi la vita normale; per alcuni mesi dopo il mio rientro fui chiamato ripetutamente dalla caserma dei Carabinieri di Decimomannu, dovevo restituire la divisa. Oggettivamente non potevo farlo: non avevo altri vestiti! Per giunta la mia divisa era quella inglese..., insistettero per un po', poi non mi cercarono più.
Ricominciai a lavorare, dapprima nel caseificio del sig. Lenigno, poi egli fu ingiustamente arrestato (ma questa è un'altra storia di Villaspeciosa) e ripresi a lavorare per Cav. Podda. Dopo diversi anni iniziarono i grandi cantieri di edilizia meccanica e io fui assunto dall'impresa Zaccarini, che costruì le strade da Paulilatino a Sardara, poi quelle di Buggerru, Pabillonis e San Gavino. Successivamente fui assunto dall'impresa Mambrini, dove facevo il rullista per asfaltare le strade. Andai infine a Milano a far l'autista fino al 965. Quindi rientrai in Sardegna dove ripresi a lavorare con Mambrini, per finire con la Sitie (società elettrica) fino alla pensione.

Un sentito grazie va al sig Matteo Sedda per la grande disponibilità avuta a ripercorrere con la mente quegli anni intensi, purtroppo per ragioni di spazio abbiamo dovuto fare una sintesi di quanto ha raccontato. Gli tributiamo la nostra profonda gratitudine per aver dedicato parte della sua vita al positivo ideale di libertà che ha consentito, dal dopoguerra in poi ad ogni italiano di avere la libertà di fare, nella propria vita, ciò per cui si sentiva portato.


(Vulcano n° 79)

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