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Antonio Lai e la vita da capraro

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• di DANIELA CORDA

 

Tra i tanti mestieri che rischiano di scomparire spicca quello del capraro. Un mestiere antichissimo ma soprattutto uno stile di vita, come tiene a precisare Antonio Lai, attualmente l’unico capraro presente a Uta. Una collaborazione, quella nata tra Antonio e l’oasi WWF di monte Arcosu, che sembra dimostrare la complementarietà della figura del capraro con la gestione dell‘oasi confinante col terreno del signor Lai.

Inizialmente, ci racconta Maria Grazia Dedoni, educatrice ambientale che lavora presso l’oasi del WWF, c’era un po’ di diffidenza verso i caprari per l’errata convinzione che la capra avesse la stessa alimentazione del cervo e che quindi ne compromettesse la sopravvivenza. E solo le lunghe conversazioni con Antonio Lai, che “si è sempre dimostrato ben aperto al dialogo e al confronto e che sapeva argomentare le sue ragioni, ma soprattutto perché si è dimostrato una persona affidabile”, puntualizza la Dedoni, sono valse a sfatare questo falso mito. Infatti le capre, sottolinea Lai “sono come dei giardinieri”, perché permettono alla vegetazione di crescere meglio e più florida. E da quando stanno scomparendo i caprari, e di conseguenza ci sono meno capre, anche la montagna si sta deteriorando.

Il WWF rappresenta un’ottima vetrina per l’azienda di Antonio, e quest’ultima rappresenta una fattoria didattica che accoglie da diversi anni tantissime persone, dai gruppi degli studenti agli stranieri.

Figlio di pastore, 59 anni, originario di Desulo, arriva a Uta intorno agli anni ‘70 quando, in seguito alla Legge ‘De Marzi-Cipolla’ entrata in vigore nel 1971, che in un certo senso pone fine alle lotte per il pascolo e permette ai pastori di diventare proprietari della terra, il padre decide di abbandonare la terra e il mestiere di pastore. Perché non se la sentì di appropriarsi di una terra che in fondo riconosceva non essere sua.

A Uta i fratelli Lai aprirono un bar, il ‘bar Firenze’, tutt’oggi in piena attività.

Dopo diversi anni trascorsi al bar, Antonio comincia a sentire una nostalgia sempre più incontenibile: “dopo tanto tempo che lavoravo al bar iniziai a sentire sempre più pressante la nostalgia di quella vita, avevo quasi l’impressione che la mia pelle si stesse seccando, come se la pelle fosse morta. Sentivo la mancanza del vento, della pioggia e del sole: ero vestito bene e mi sentivo terribilmente povero”. Decise così di comprarsi le capre e riprendere quel mestiere interrotto dal padre (che invece aveva le pecore) anni prima, continuando a lavorare al bar alternandosi con i fratelli. E così fino al giorno d’oggi. Tra i fratelli, sei in tutto, quello che si dedica di più all’attività dell’azienda è Pino.

Ci spiega che le capre sono più intelligenti delle pecore. E la lavorazione del formaggio è più complicata rispetto a quella del pecorino, tanto che lui ha impiegato due anni, dopo svariati tentativi, a imparare a fare il formaggio caprino. Un formaggio molto pregiato, cosiddetto a ’latte crudo’ (che non viene pastorizzato) dove la microflora batterica positiva del latte è mantenuta inalterata con effetti specifici sulle caratteristiche organolettiche del formaggio.

La giornata del capraro comincia alle prime luci dell’alba: si accompagnano le capre al pascolo, si trascorrono diverse ore con loro, dopodiché il capraro rientra e le capre restano sole. Infatti, a differenza delle pecore, le capre tornano sole all’ovile.

Mio padre era pastore quindi ho conosciuto il mestiere in famiglia, sin da bambino, per me era una gioia andare in ovile e non mi pesava alzarmi prima dell’alba, tanto che mi alzavo senza bisogno della sveglia. Eppure prima era facile trovare lavoro, venivano nelle case a cercarti per fare il carabiniere, ma a me non interessava”.

Aldilà dello stile di vita che mal si concilia con i costumi e il sistema in cui vivono i giovani d’oggi, se chiudeste il bar potreste vivere solo del lavoro del capraro?

No, non si vive più facendo il capraro. E questa è la ragione del perché è un mestiere che sta scomparendo

 

(Vulcano n° 79)

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