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Assemini. Un artigiano contro la crisi

16 arangino
16 tessera arangino
Uno degli ultimi calzolai asseminesi ci parla della sua attività, della crisi globale e del settore. • di LUCA PES

 

Emilio Arangino, classe 1931, 83 anni di vita e 67 di effettiva attività come calzolaio. Nato a Belvì, in Barbagia, è in un laboratorio di Aritzo che, nel secondo dopoguerra, inizia a lavorare e ad apprendere i primi segreti del mestiere.

Insignito, nel 2007, del premio “Fedeltà al Lavoro ed al Progresso Economico”, riconoscimento ufficiale che la Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura conferisce ogni anno a imprenditori e lavoratori dipendenti che si sono distinti per impegno, capacità, costanza e longevità sul territorio provinciale, ci mostra orgoglioso le foto di quel giorno per lui memorabile. E ci parla delle sue prime, convinte battaglie sindacali.

 Signor Arangino, perché a 83 anni non ha ancora messo da parte gli strumenti del mestiere?
Sono costretto a lavorare, la mia modesta pensione non mi permetterebbe di vivere se non arrotondassi col mestiere di ciabattino. Ho la fortuna che la casa e il locale dove lavoro sono di mia proprietà, se dovessi pagare anche un affitto riuscirei a stento a sopravvivere.

 Come mai tanti anni fa ha deciso di trasferirsi proprio ad Assemini?
La mia intenzione era quella di svolgere la professione di artigiano in una città, così nel lontano 1953 sono stato chiamato da un amico calzolaio che mi ha fatto lavorare nel suo laboratorio di Assemini. Successivamente ho prodotto scarpe artigianali per gli operai, delle miniere prima e delle saline poi. Dopo questa esperienza, essendo ormai conosciuto ad Assemini, ho deciso di rimanere qui e di aprire un’attività in proprio.

 Tempo fa quanti calzolai c’erano ad Assemini?
Quando il paese era piccolo, siamo arrivati ad essere in sei. Ora siamo rimasti in tre, due anziani ed un giovane, il quale non riesce ad ottenere grossi guadagni. Colpa delle tasse troppo elevate e, di conseguenza, dei prezzi poco competitivi che può offrire.

 Ci parli delle prime battaglie sindacali, di cui lei era protagonista.
Nel 1955, dopo aver conosciuto molti personaggi politici di un certo livello, mi chiedevo continuamente come fosse possibile avere il lavoro e non avere diritti come, ad esempio, quello dell’assistenza medica. Ho iniziato così una propaganda, inizialmente tra gli artigiani a livello comunale, per poi farci conoscere a livello regionale. Io sono stato una sorta di punto di riferimento nel sindacato per circa otto anni, uno dei primi a far ottenere alcuni diritti agli artigiani sardi. Sono stato presidente comunale del sindacato ed emettevo le tessere agli artigiani.

In seguito il sindacato divenne unitario, accorpando artigianato, commercio e agricoltura. Solo qualche anno dopo nacque la CNA, che ancora esiste e di cui io ho fatto parte. La fase più florida della conquista dei diritti è durata fino alla metà degli anni ’80, dopodiché c’è stato un calo sempre costante per quanto riguarda l’attenzione per la tutela dei lavoratori.

 Cosa pensa della crisi che, pur essendo mondiale, coinvolge in modo brutale la nostra regione?
Io mi chiedo, soprattutto, dove siano andati a finire i fondi regionali spesi senza che noi sardi ne abbiamo tratto alcun beneficio. Molti dei contributi da noi versati, in effetti, non sappiamo che fine abbiano fatto. Uno spreco di soldi immane che accentua la crisi sarda, già più acuta rispetto a quella nazionale. E noi ora siamo costretti a pagare, sotto forma di tasse, i soldi sottratti alle casse regionali, o comunque resi improduttivi, per giunta non avendo alcuno sgravio fiscale. È come il cane che si morde la coda: che contributi possiamo pagare se moltissimi cittadini sardi sono disoccupati?

 Ci spieghi meglio quali sono, a suo parere, le cause della crisi in Sardegna
L’agricoltura e la pastorizia hanno perso la propria forza produttiva e propulsiva per gli altri settori. Prima agli agricoltori e ai pastori concedevano parecchi contributi, forse anche oltre i limiti. Riuscivamo a produrre e ad esportare la merce, ora la importiamo sottocosto. I grandissimi imprenditori dei centri commerciali, in gran parte stranieri, importano merce dall’estero, come frutta e verdura, a prezzi che sono diventati non competitivi per gli agricoltori sardi. Ecco la rovina dei nostri territori: i costi di produzione sono elevatissimi, l’energia è troppo cara, le imposte da pagare sono esagerate. Siamo costretti ad importare i prodotti dall’estero e le aziende sarde, giunte allo stremo, chiudono. Idem per migliaia di piccoli commercianti e di artigiani che, a causa delle tasse troppo elevate e degli affitti dai costi esagerati, sono stati costretti a cessare l’attività.

 Parliamo del vostro settore. La crisi ha portato più lavoro oppure la gente si “rifugia” in scarpe sottocosto e di scarsa qualità piuttosto che farle aggiustare?
Io mi dedico a fare piccoli lavoretti perché ormai sono in pensione e per me questo è anche un passatempo. Ma ad un giovane che ha un’attività in regola e deve pagare tutte le imposte, non converrebbe fare queste piccole riparazioni perché dovrebbe imporre prezzi troppo alti e la gente preferirebbe comprare le scarpe a basso prezzo. Le persone preferiscono il “vuoto a perdere”, la scarpa di scarsa qualità prodotta a basso costo nelle fabbriche orientali. La mia gioia, invece, è quella di far risparmiare molti soldi a persone in difficoltà economiche. Io permetto a molti cittadini di risparmiare ogni anno decine di migliaia di euro e, nonostante ciò, il lavoro è diminuito parecchio rispetto agli anni passati.

 I giovani si sono mai proposti per imparare il mestiere?
No, a dir la verità non si è mai presentato nessun giovane. Io insegnerei volentieri il mestiere ma sconsiglierei questa strada con tutto me stesso. Ci sono tanti diplomati e laureati che, dopo tanti sacrifici, meriterebbero posti migliori. E poi, come dicevo prima, tra imposte, partite IVA, affitti, un giovane ciabattino non riuscirebbe a produrre guadagni sufficienti.

 Lei, data la sua esperienza, ha in mente qualche soluzione per la crisi?
A mio parere, la merce che noi consumiamo dovrebbe essere interamente di produzione interna, assolutamente non straniera, e l’ingresso degli extracomunitari non regolari dovrebbe essere limitato.

Per quanto riguarda la politica, non ho mai ritenuto fondamentale il colore o la bandiera. Io appoggio chiunque si impegni per dare un futuro ai giovani e per migliorare la nostra condizione. Ma purtroppo pare che questa crisi non abbia una via d’uscita e stia peggiorando di anno in anno; perfino in tempo di guerra la situazione era meno stagnante e più produttiva…

Infine, vorrei fare un rimprovero, soprattutto alle giovani generazioni: troppi sprechi. Anche il povero non si è arreso all’evidenza e ha cercato di fare la bella vita, facendo stravizi anche quando la situazione economica stava peggiorando e magari un sacrificio in termini di vestiario, macchine e altri beni superflui, avrebbe potuto migliorare le cose.



(Vulcano n° 79)

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