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Is messadoris de Uda

8 is messadoris de uda
• di DANIELA CORDA

 

Un mestiere antico quello de ‘su messadori‘, di cui oramai si sono perse le tracce. Ma c’è chi, animato dalla voglia di rispolverare le vecchie tradizioni e nell’intento di portarlo a conoscenza delle nuove generazioni, ha deciso di farlo rivivere ai giorni nostri. E’ infatti così che nel 2010 nasce il gruppo spontaneo de ‘is messadoris’ di Uta che sfila per le strade del paese in occasione della festa di Sant’Isidoro.

Inizialmente il gruppo era formato da otto persone, sei uomini e due donne, come ci racconta il coordinatore, Angelo Coghe, da cui ci facciamo raccontare la genesi del gruppo.

A chi è venuta l’idea di formare questo gruppo?

L’idea nasce da due persone, io e Efisio Cuncu.

Cos’è che vi ha spinto a mettere su questo gruppo?

Un giorno durante la processione di Sant’Isidoro ci siamo resi conto che era una processione molto povera, non c’erano più i carri allegorici di una volta e abbiamo realizzato che si stavano perdendo le tradizioni. Quindi ci siamo ripromessi che l’anno successivo avremo organizzato qualcosa.  Così in breve tempo e con molta fatica abbiamo messo su un gruppo inizialmente formato da otto persone. Persone che io sono riuscito a coinvolgere all’ultimo momento, alcuni non abitano nemmeno più a Uta.

E’ stato difficile coinvolgere delle persone in questo progetto, perché molti si vergognavano di sfilare vestiti così per le vie del paese. Infatti la gente ci prendeva in giro, a me prendevano in giro.

Quindi inizialmente questo gruppo è nato solo per partecipare alla processione di Sant’Isidoro, così da arricchirla e abbellirla rispolverando vecchie tradizioni?

Sì, pensa che una signora si è commossa vedendoci sfilare in processione perché le abbiamo ricordato il nonno quando rientrava dai campi. Certo poi i ragazzi che stanno fuori dai bar si mettono a ridere e ci prendono in giro, ma semplicemente perché non conoscono la tradizione, non sanno nulla.

Ci può raccontare cosa succedeva in antichità? Quando è nata la cultura de ‘is messadoris‘?

La cultura de ‘is messadoris’ è sempre esistita. Esisteva il granaio di Roma che era situato a Guamaggiore, Ortacesus, Guasila, Senorbì e tutta quella piana della Trexenta. Roma aveva schiavi che portava qui e li faceva lavorare. Loro poi venivano sulle imbarcazioni e caricavano il prodotto finito, come la farina e i legumi.

Infatti, si dice che l’imperatore romano Giulio Cesare considerasse la Sardegna “il granaio di Roma”, per la grande produzione di frumento favorita dalla fertilità delle campagne dell’isola. Le importanti bonifiche delle zone paludose e il riordino delle acque, cominciate proprio durante l’occupazione degli antichi romani, ha reso i terreni particolarmente adatti alle colture di cereali.

I contadini quindi una parte del raccolto la portavano al granaio di Roma e l’altra la tenevano per il proprio sostentamento, immagino.

Sì, ma esistevano gli schiavi. Obbligavano le persone a lavorare per loro e gli davano il minimo per sopravvivere. Noi abbiamo sempre vissuto di pastorizia e di agricoltura.

 C’erano i carri trainati dai buoi con cui si arava, poi si seminava il grano e si zappava, perché non esistevano i diserbanti, poi lo mietevano, lo legavano, lo caricavano sui carri e lo portavano a ‘Is argiolas’ dove veniva ripulito dalla spiga e veniva selezionato. Infatti la via si chiama ‘Argiolas Manna’ proprio perché era il luogo in cui veniva portato il grano dopo raccolto.

Com’è organizzato il vostro gruppo?

Da quest’anno abbiamo anche l’aratro. Ci sono due che hanno ‘sa spotta’ (la sacca dove contenevano il grano), che seminavano. Poi c’è la figura de ‘su marradori‘, che zappava e toglieva ‘sa ambuatza’ (le erbacce) in modo che non soffocassero il grano. In ordine poi viene ‘su messadori’ che mieteva con la falce. ‘Sa spigadrixi’ che raccoglieva le spighe che sfuggivano a ‘su messadori’ e le raccoglieva in un panno, perché non si buttava via niente. ‘Sa spigarixi pottada su mallu‘, aveva cioè un bastone simile a un mattarello con cui si batteva il grano per separarlo dalla spiga. Poi abbiamo ‘sa chi pota sa mariga‘, cioè chi portava l’acqua per chi lavorava. Ci sono poi quelli che hanno l’attrezzatura per lavorare in ‘s’argiolas’, c’è chi porta il pane e affianco chi porta l’attrezzatura per il forno, come ‘sa palia‘, la pala, ‘sa scova’, la scopa per il forno, e ‘su fruconi‘, cioè il forcone. Infine c’è la figura del pastore che chiude il ciclo, perché alla fine il terreno viene ripulito dalle pecore prima di poter essere coltivato nuovamente. In prima fila, durante la processione, ci sono due bambini che tengono lo stendardo e il suonatore di organetto, Andrea Ecca. Dimenticavo, un’altra figura importante è quella de ‘su messaiu’, che ha un abbigliamento diverso da ‘is messadoris’, che erano gli operatori, perché era il padrone. Non era il proprietario del terreno ma era quello che coordinava la squadra de’is messadoris’.

Una particolare tecnica usata in antichità era quella eseguita per mezzo delle coperte. Quando non c’era il vento, venivano sventolate affinché la parte della spiga priva di grano, quella che pesava meno, volasse via. E così veniva separata la spiga dal chicco.

Ne ‘is argiolas‘ c‘era sempre un guardiano (lo è stato anche un mio zio), e si portava tutto lì: il grano, i ceci, le fave. E poi ognuno si prendeva il suo. Anche via Montegranatico si chiama così perché c’era il granaio lì.

Quindi ognuno di voi ha un ruolo preciso?

Sì, e siccome durante le processioni ci sono persone da entrambi i lati della strada, abbiamo un figurante a destra e uno a sinistra che ricoprono lo stesso ruolo. E i figuranti sono in fila indiana. E’ tutto studiato nei minimi dettagli, malgrado in molti non lo capiscano. Vengono rappresentate tutte le fasi, da quando viene piantato il grano fino a quando il pastore porta il pascolo per ripulire il terreno.

Da quante persone è composto attualmente il gruppo?

Attualmente siamo 28 persone, in parte residenti a Uta e in parte originari di Uta.

Ci racconta un po’ l’attinenza de ‘is messadoris’ con la festa di sant’Isidoro?

Sant’Isidoro era un santo spagnolo. Era molto religioso e lavorava alle dipendenze di un latifondista, tutti i giorni. Però voleva andare anche alla messa e, un giorno, gli apparve un angelo che gli disse di andare tranquillo alla messa che al lavoro ci avrebbe pensato lui. Secondo la leggenda, mentre lui era a messa, l’angelo fece il lavoro al posto suo e così il padrone non ebbe da ridire. In ogni paese c’è sempre sant’Isidoro che è il santo dei contadini, soprattutto in paesi agricoli come il nostro. E quest‘anno farò il possibile per introdurre la figura dell‘angelo.

E la festa coincide con il periodo della raccolta del grano?

Sì, infatti ci troviamo in difficoltà perché essendo festeggiato in molti paesi in contemporanea non possiamo partecipare a tutte le feste. Poi veniamo invitati anche in altre occasioni, come ad esempio alla festa di San Giorgio, a Decimoputzu, che si tiene il 18 di maggio, e lì fanno ‘is traccas’ e distribuiscono ‘su coccoi’ a tutti.

Tra l’altro a Decimoputzu partecipano anche i giovani, e ci tengono a queste usanze, a differenza dei ragazzi di Uta.

Sì, lì ci tengono molto.

E perché invece i ragazzi di Uta sono disinteressati?

Forse perchè sono demotivati. Non c’è quella cultura… non c’è una sensibilità verso le tradizioni.

Il 25 aprile, invece, saremo alla festa di sant’Isidoro di Sinnai. L’anno scorso abbiamo partecipato a dieci eventi, mentre l’anno prima solo tre, quindi stiamo crescendo, veniamo sempre più apprezzati e riceviamo sempre nuovi inviti.

Noi ci autofinanziamo e anche l’abito ognuno se l’è fatto per sé a ‘s’antiga‘. Siamo un gruppo spontaneo. Qualcuno ha ‘su corru‘, dove si metteva il sale, perché prima ci si spostava da un campo all’altro e non sempre si poteva rientrare a casa, quindi si prendeva il necessario per magiare, di solito pane e pomodori, o cipolle, la stuoia su cui poter dormire e ‘sa burra de saccu’ (la coperta), ‘su frascu’, cioè un contenitore di terra cotta dove si metteva l’acqua. Oppure ‘sa crocoriga‘(una particolare zucca che veniva essiccata) dove si metteva il vino.

Ma come mai vi chiamate ‘is messadoris’ quando poi oltre ai mietitori ci sono altre figure?

Perché spesso, in antichità, tutti questi lavori venivano svolti dalla stessa persona, perché non venivano fatti contemporaneamente. Oggi chiaramente il lavoro è agevolato dalle macchine

Il lavoro de ‘su messadori’ è stato sostituito da prima con la mietilega e poi dalla mietitrebbia

Perché non vi costituite come associazione, regolarmente registrata con uno statuto e un atto costitutivo?

Perché con l’associazione si creano delle gerarchie, invece noi qui siamo tutti uguali e anche il coordinatore che rappresenta il gruppo all’esterno è uguale esattamente a tutti gli altri. Con le gerarchie, si è visto, si creano sempre delle fratture nei gruppi, nonostante siano ben organizzati. Io in questo caso sono il mediatore, niente di più. Quando poi ci sono i soldi di mezzo, come diceva Lutero “i soldi sono lo sterco del diavolo”, quando ci sono troppi soldi in giro è pericoloso.

Anche quando ce ne sono troppo pochi, se è per quello.

A noi quando c’invitano, ci danno solo il rimborso delle spese per il viaggio e ci offrono il pranzo. Noi siamo felici così. Con i rimborsi organizziamo una o due pizzate all’anno, stiamo in compagnia e trascorriamo delle belle serate.

Abbiamo partecipato ad un metting internazionale l‘anno scorso, a San Sperate, dove c’erano persone di nazionalità diverse, 800 persone in piazza Gramsci, che sentendo noi cantare ‘su trallallera’ ci imitavano, incuriositi da quel ritmo orecchiabile. Perché prima non c’erano le radio e per passare il tempo e sentire meno la fatica del lavoro, i lavoratori nei campi improvvisavano dei ‘mutetus’, con cui si sfottevano a vicenda e ridevano.

Ringraziamo Angelo Coghe per la disponibilità e il tempo concessoci.

Un mondo, quello agropastorale sardo, più simile ad un‘opera d‘arte in cui ancora oggi sembra di udire echeggiare dei suoni poetici, che ci ricordano le radici che ci tengono legati alla nostra terra e che sarebbe bene non scordare mai. Un sincero augurio a ‘Is Messadoris‘ affinché proseguano su questa strada perché, per usare le parole di uno che di arte se ne intendeva, Leonardo da Vinci, “chi semina virtù raccoglie fama”.



(Vulcano n° 79)

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