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Periodico di Decimomannu Assemini Decimoputzu Uta Villasor Villaspeciosa
DI SANDRO BANDU
Sono passati sedici anni da quando nelle case dei cittadini decimesi è comparso il primo Vulcano (il numero zero del bimestre Novembre-Dicembre 1995): il giornale dell’Arci Bauhaus di Decimomannu.
Ancora oggi sono in molti a chiedermi perché l’Arci di Decimomannu (fondata nel giugno del 1995) si chiama Bauhaus e perché il suo giornale si chiama Vulcano.
Per ciò che riguarda la prima domanda: Bauhaus era il nome di una scuola tedesca di architettura ed arte applicata (il cui nome significa “Casa della Costruzione”) che fu soppressa, nel 1933, dal regime nazista.
La didattica della scuola Bauhaus si ispirava alla filosofia dell’”Imparando facendo”.
E forse, inconsapelvolmente, molti di noi sono diventati giornalisti sul campo, e hanno imparato facendo.
Perché Vulcano si chiama così?
Quando tra i primi tesserati si cominciava a tracciare le linee e le possibili attività del nostro circolo, qualcuno avanzò l’ipotesi di realizzare un giornalino decimese. L’idea piacque a tutti e fu talmente entusiasmante che qualcuno, tra il serio il faceto, apostrofò il proponente come un “Vulcano di idee”. Da qui il nome del nostro giornale.
Inizialmente ci sembrava un lavoro enorme e difficile, inoltre, una novità per il nostro paese, ma l’avventura cominciò.
Certo, visti gli esigui mezzi, la veste tipografica era abbastanza spartana: un giornale di venti pagine, fotocopiato e pinzato in proprio, una tiratura di appena duecento copie, ma l’entusiasmo e la passione di noi pionieri della carta stampata erano eccezionali e ancora resistono.
Una storia che molti di voi conoscono: Vulcano inizialmente si occupava solo di Decimomannu, poi ci siamo estesi ad Assemini e a Villaspeciosa, successivamente a Villasor e qualche anno dopo a Uta, infine, dal 2010, Vulcano è entrato anche nelle case della vicina Decimoputzu. Ma vi confido che altre persone di altri paesi premono alla nostra porta per portare il nostro giornale ad occuparci anche delle loro realtà. Ci stiamo pensando.
È questo per molti decimesi è una nota dolente, talvolta, ci viene rimproverato che abbiamo perso la nostra identità, che il giornale non è più di Decimo e che spesso diamo più spazio agli altri paesi.
Mi permetto di dissentire, facendo notare che quando Vulcano rimaneva entro i nostri confini avevamo solo venti pagine, quando poi ci siamo estesi agli altri Comuni abbiamo, nel frattempo, aumentato le pagine e la tiratura.
Attualmente, per ogni numero, collaborano circa sessanta persone: che si occupano di scrivere, fotografare, lavorare in segreteria, portare il giornale agli abbonati e soprattutto procacciare gli sponsor che ci consentono di sopravvivere.
Qualcuno con insistenza continua a chiederci: “Quale è la ricetta del successo di Vulcano?"
Io continuerò a ripetere sempre le stesse cose, forse fino alla noia.
Il successo di un giornale consiste nel dare spazio a tutti, indipendentemente dalle proprie idee, dal pensiero politico, dal livello sociale, dal sesso, dalla religione: così come enunciava Germano Mameli nel primo articolo intitolato “Linfa Vitale”.
Mi arrogo il diritto, e non è presunzione, di affermare che in questi sedici anni abbiamo mantenuto fede a ciò che ci prefiggemmo quando firmammo il nostro atto di nascita.
In questi anni, in Vulcano, hanno trovato spazio tutti: dai partiti politici, alle associazioni culturali, dalle associazioni sportive ai semplici cittadini.
Ma forse tutto questo sarebbe saltato se, qualche anno fa, avessimo ceduto alla tentazione, di vendere la nostra testata e finire sotto la direzione di qualcuno che ci avesse imposto una diversa linea editoriale.
Qualcuno, e questo è uno scoop, ha tentato di comprare il nostro giornale, il nostro piccolo gioiello-giocattolo, ma non ci sembrava giusto buttare alle ortiche, anni di lavoro e di divertimento, soprattutto perché Vulcano deve rimanere libero: senza bavagli!
Vulcano non ha padroni e fa propria la tesi del più grande giornalista italiano, Indro Montanelli, che è scomparso recentemente e che sosteneva che un giornale coraggioso ha un solo padrone: il lettore.
Certo, forse noi ce lo possiamo permettere, perché siamo dei volontari della carta stampata e perché non è il giornale a darci da vivere.
La tesi di Montanelli, seppure ineccepibile e nel contempo utopistica, ha qualche punto debole se questo discorso lo trasferiamo alle testate di una certa importanza e allora mi convince di più Eugenio Scalfari, un altro fuoriclasse del giornalismo italiano, che in un suo famoso editoriale parlava dei giornalisti e si poneva alcune domande:
“I giornalisti hanno un padrone al quale debbono rispondere? E se questo padrone esiste, fino a che punto si può dire che il giornalista è libero di esprimere sulle pagine del giornale le proprie opinioni?
La prima risposta è abbastanza ovvia: ogni giornale ha un editore-proprietario; è lui che nomina il direttore concordando la linea politica. Il padrone del giornalista, è di conseguenza, l’editore. Naturalmente l’editore questo non lo dirà mai pubblicamente; dirà, invece, che il giornalista-direttore ha assolutamente libertà di esprimersi. Ma non credetegli troppo: è una libertà vigilata che è connessa in qualche modo al successo del giornale. Se la diffusione e il conto economico vanno bene l’editore lascerà briglia sciolta, ma se vanno male la briglia si farà cortissima, e la sostituzione sarà dietro l’angolo”.
La tesi di Eugenio Scalfari, purtroppo, corrisponde alla realtà e potrei citarvi molti esempi: ma è sufficiente dare uno sguardo, anche non molto approfondito, a ciò che ti propone l'editoria nazionale e\o regionale.
Ho tanti amici tra i giornalisti dei più importanti quotidiani sardi e più di qualcuno mi dice che la linea da seguire è quella che ti impone la redazione.
Cari lettori, Vulcano è una realtà: povera, ma pulita e trasparente. Un giornale libero che continuerà a dare voce a tutti.
Se un giorno queste condizioni non dovessero più esistere, vorrà dire che ha finito il suo compito e di esso si potrebbe fare anche a meno.
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